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Lento, ma inesorabile, il baricentro globale del petrolio si sposta. Colpa della guerra in Iran e della conseguente chiusura dello stretto di Hormuz da parte dei pasdaran. La sostanza, però, non cambia e dalla miccia di due mesi fa alla detonazione di un sistema di equilibri, è bastata una manciata di secondi. E alla fine lo smottamento si è materializzato, cambiando volto e perimetro del mercato degli idrocarburi: Stati Uniti, primi produttori di greggio al mondo, ancora più al centro del villaggio con il loro Gnl venduto a mezzo pianeta e il Venezuela nuovo play maker, grazie alla ripresa, raccontata da questo giornale a più riprese, di un’industria petrolifera nazionale che vale un quinto delle riserve mondiali. In mezzo, l’addio, clamoroso, degli Emirati arabi all’Opec che è solo l’ultimo effetto collaterale di un riassetto che molto presto raggiungerà il sui apice. Adesso, per esempio, è il turno dell’Asia.
Con i Paesi del Sud-est continentale che stanno spostando le importazioni di petrolio dal Golfo verso fornitori alternativi, rivolgendosi, per esempio a Brunei, Libia, Stati Uniti e altri Paesi per mantenere in funzione le proprie economie. A oltre due mesi dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, dunque, Paesi fortemente dipendenti dal petrolio mediorientale, come Thailandia e Vietnam, sono stati costretti a cercare nuovi fornitori, mentre le rotte di approvvigionamento attraverso lo Stretto di Hormuz restano sostanzialmente bloccate. Secondo i dati sulle spedizioni marittime di Kpler, società europea di ricerca sul commercio, le importazioni thailandesi di greggio dagli Emirati arabi uniti sono diminuite in aprile di oltre il 50% rispetto a febbraio, scendendo a 160 mila barili al giorno.
Il calo è stato compensato, per l’appunto, in parte dalle forniture dal Brunei, passate da zero a febbraio a 71 mila barili al giorno, il livello più alto registrato dal 2018. Mentre le importazioni dalla Libia sono state in media di circa 113mila barili al giorno, con un aumento del 28 per cento rispetto a due mesi prima. Le statistiche governative confermano la diversificazione dei fornitori di petrolio da parte della Thailandia. Secondo i dati commerciali di marzo diffusi dal ministero del Commercio il 24 aprile, le importazioni di greggio dall’Arabia saudita sono diminuite del 43%, mentre quelle dagli Emirati arabi uniti sono calate del 6% in volume rispetto a un anno prima. Al contrario, le importazioni di greggio dalla Libia sono aumentate del 54%.
Non è tutto. Il Vietnam è stato tra gli importatori di petrolio della regione più colpiti. L’80% delle sue importazioni di greggio lo scorso anno proveniva dal Kuwait, le cui esportazioni si sono quasi fermate. I volumi importati sono scesi a 159 mila barili al giorno in aprile, dai 375 mila barili al giorno di due mesi prima. Anche Singapore, principale hub mondiale per il rifornimento navale e grande centro di produzione petrolchimica, si è mossa rapidamente per diversificare le forniture. Le importazioni di greggio e condensati sono scese in aprile a circa 388 mila barili al giorno, con un calo di circa il 61 per cento rispetto a febbraio. Risultato, più del 60% delle importazioni di Singapore proviene ora dagli Stati Uniti.
Tutto questo mentre il Venezuela emerge sempre di più, anche e non solo grazie all’apertura del mercato voluta dagli Usa, dopo la rimozione forzata di Nicolas Maduro e la fine di oltre 25 anni di chavismo. Le esportazioni petrolifere del Venezuela sono infatti aumentate ad aprile, raggiungendo il livello più alto in oltre sette anni, mentre spedizioni maggiori verso gli Stati Uniti, l’India e l’Europa hanno evidenziato una ripresa costante del settore energetico del Paese dopo recenti cambiamenti geopolitici. Secondo dati di spedizione e documenti interni della compagnia petrolifera statale Pdvsa, le esportazioni sono aumentate del 14% su base mensile, arrivando a 1,23 milioni di barili al giorno, segnando la performance mensile più forte dalla fine del 2018.
L’accordo di gennaio tra gli Stati Uniti e il governo ad interim del Venezuela, a valle della fine politica di Maduro, ha segnato una svolta riaprendo l’accesso ai mercati chiave e permettendo ai partner esteri di rientrare nel settore energetico del paese. Da allora, Caracas ha costantemente aumentato la produzione di greggio riducendo le scorte, permettendo a un maggior numero di barili di raggiungere gli acquirenti internazionali.

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