Dal Marocco al Mediterraneo. Ecco le pedine che Trump muove al sud

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L’8 febbraio scorso, nell’ambasciata americana a Madrid, si è consumato un evento diplomatico destinato a passare quasi inosservato nell’agenda mediatica europea, dominata dalla crisi iraniana. I ministri degli Esteri di Marocco, Fronte Polisario, Algeria e Mauritania si sono seduti allo stesso tavolo per discutere il futuro del Sahara Occidentale. A guidare il processo non era Staffan de Mistura, l’inviato speciale del segretario generale dell’Onu — presente, ma di fatto emarginato — bensì Massad Boulos, consigliere di Trump per Africa e Medio Oriente, affiancato dall’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Michael Waltz.

Il formato dice già tutto. Washington ha sottratto all’Onu il ruolo di mediatore e gestisce il dossier in proprio, con il Marocco posizionato come interlocutore privilegiato e l’Algeria ridotta a comprimaria di un processo che non controlla più.

Questo incontro non nasce dal nulla. Il 31 ottobre 2025, sotto pressione americana, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva approvato la Risoluzione 2797, che per la prima volta riconosceva il piano di autonomia marocchino del 2007 come base per i negoziati — di fatto seppellendo il principio del referendum di autodeterminazione che il Polisario rivendicava da cinquant’anni. E il 16 aprile 2026, al Pentagono, Pete Hegseth ed Elbridge Colby firmavano con la delegazione marocchina un nuovo Defense Cooperation Roadmap decennale, il secondo in sei anni, elevando ulteriormente Rabat a pilastro della proiezione militare americana in Africa e nel Mediterraneo. La sequenza — risoluzione Onu, negoziati di Madrid, roadmap del Pentagono — non è casuale. È una deliberata architettura.

I chokepoint e la logica globale: Alfred Thayer Mahan aveva ragione

Per comprendere perché Washington stia accelerando su questo dossier, occorre uscire dalla logica del conflitto territoriale e adottare quella dei chokepoint marittimi. In meno di due mesi, tra marzo e aprile 2026, l’amministrazione Trump ha firmato o consolidato accordi di cooperazione militare con i paesi chiave che presidiano tre dei cinque chokepoint critici del commercio globale: il Marocco per lo Stretto di Gibilterra, l’Indonesia per Malacca, l’Egitto — alleato strutturale — per Suez. Sul Bab el-Mandeb la pressione è esercitata indirettamente attraverso la campagna contro i proxy iraniani nel Mar Rosso. Solo Hormuz rimane un teatro di guerra aperto.

È logica mahaniana pura: il grande teorico americano del sea power insegnava già nel 1890 che chi controlla i passaggi obbligati controlla i flussi — di energia, di merci, di potere. La Royal Moroccan Navy ha già come missione prioritaria la sicurezza dello Stretto, opera fregate Fremm e corvette Sigma, ed è in trattativa avanzata con Washington per l’acquisizione di 32 F-35 — un accordo stimato intorno ai 17 miliardi di dollari, che farebbe del Marocco il primo Paese arabo e africano a operare un caccia di quinta generazione, con capacità operativa iniziale attesa intorno al 2035. Il Marocco ospita l’esercitazione African Lion — la più grande manovra militare americana sul continente africano — e ha condotto a febbraio il primo test di comunicazioni criptate tattiche con le forze aeree Usa in Africa. Analisti spagnoli ed esperti del settore difesa sono espliciti: un Major Non-Nato Ally come il Marocco è oggi considerato dal Pentagono più affidabile di certi alleati Nato.

Questo apre la domanda che alcuni si pongono sottovoce: il riposizionamento verso Rabat serve anche a compensare ciò che Madrid ha negato? La risposta, leggendo i documenti, è sì. Il rifiuto spagnolo di concedere l’accesso alle basi di Rota e Morón durante la campagna militare contro l’Iran, la postura di confronto diretto messa in atto da Sánchez verso Washington, il rifiuto di raggiungere gli obiettivi di spesa Nato del 5% — tutto questo ha prodotto una crepa nella posizione strategica spagnola nel Nord Africa che il Marocco si è affrettato a sfruttare. Un comitato della Camera dei Rappresentanti americana ha già usato il linguaggio di “città amministrate dalla Spagna in territorio marocchino” per Ceuta e Melilla — un declassamento semantico che prelude storicamente a pressioni politiche più concrete.

Il triangolo Washington-Gerusalemme-Rabat

C’è una dimensione del riposizionamento marocchino che le analisi tendono a sottovalutare: il ruolo di Israele come moltiplicatore di forza. Gli Accordi di Abramo del dicembre 2020 non hanno solo normalizzato le relazioni diplomatiche tra Rabat e Gerusalemme — hanno creato un’architettura operativa. Nel gennaio 2026, Israele e Marocco hanno firmato un piano di lavoro militare congiunto durante la terza riunione del loro Comitato militare congiunto a Tel Aviv. I settori coinvolti: intelligence, trasferimento tecnologico, addestramento congiunto, sistemi Isr.

Questo triangolo ha una logica coerente. Per Israele, un Marocco consolidato come potenza dominante nel Maghreb occidentale e sullo Stretto è un investimento strategico — un partner che controlla uno dei corridoi marittimi più critici per i propri interessi commerciali ed energetici. Per Washington, la normalizzazione arabo-israeliana diventa il catalizzatore per costruire un’architettura di sicurezza regionale che include Nord Africa e Golfo nella stessa costellazione. Il Marocco, con la sua posizione geografica e la stabilità della monarchia alawita, è il nodo di connessione naturale.

Algeria: abbandonata dai garanti

Sul versante algerino, il dato più rivelatore non è emerso dai negoziati di Madrid, ma dall’astensione di Russia e Cina alla Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza. Né Mosca né Pechino hanno ritenuto il dossier del Sahara Occidentale sufficientemente vitale da giustificare un veto e uno scontro diretto con Washington. Algeria è rimasta sola quando i propri patron hanno calcolato il costo geopolitico del sostegno e lo hanno trovato eccessivo.

Questa è una lezione che Algeri dovrà metabolizzare. La dipendenza militare da Mosca — circa il 73% degli equipaggiamenti provengono dalla Russia — non si è tradotta in protezione diplomatica quando contava. Allo stesso tempo, Algeri ha dimostrato di non essere un proxy russo: ha rifiutato di concedere alla marina russa l’accesso a Mers-el-Kébir, ha avviato nel 2025 un primo memorandum di cooperazione militare con gli Usa, e mantiene relazioni pragmatiche con l’Ue attraverso il gas. Del resto, anche Washington conosce il limite: spingere Algeri oltre una certa soglia significherebbe consegnare a Mosca il fianco sud del Mediterraneo, il gas europeo e una delle forze armate più consistenti dell’Africa. La pressione ha un tetto — e quella consapevolezza è forse l’unica leva rimasta ad Algeri.

Il conto di Sánchez

La parabola spagnola in questa vicenda merita una riflessione specifica, perché è un caso da manuale di come le scelte di politica estera dettate da logiche interne possano produrre costi strategici sovradimensionati. Sánchez ha costruito negli anni una postura fortemente identitaria sul dossier palestinese, sul riconoscimento dello Stato palestinese nel 2024, sulle critiche a Israele e sulla distanza dalle politiche di contenimento verso l’Iran. Scelte comprensibili nella logica della coalizione di governo interna — ma che hanno sistematicamente eroso il capitale di affidabilità spagnola agli occhi di Washington e di Gerusalemme, proprio mentre il Marocco stringeva accordi con entrambi.

Il risultato è che Madrid si trova oggi in una posizione di vulnerabilità storica. Nel marzo 2022, Sánchez riconobbe in una lettera privata a Mohammed VI il piano di autonomia marocchino come “base più seria e credibile” per risolvere il dossier — una capitolazione silenziosa, resa nota non dai canali spagnoli ma dai media marocchini, arrivata dieci mesi dopo che Rabat aveva deliberatamente lasciato passare oltre 10mila migranti a Ceuta come ritorsione per il ricovero in Spagna del leader del Polisario Brahim Ghali. Nel 2024, la Francia è andata oltre, riconoscendo direttamente la sovranità marocchina senza condizioni — superando Madrid e togliendo a quest’ultima qualsiasi residuo valore negoziale con Rabat. Ora, a completare il quadro, il linguaggio congressuale americano mette in discussione la sovranità spagnola sulle stesse enclave di Ceuta e Melilla. In geopolitica, chi cede in sequenza senza ottenere contropartite strutturali finisce per non avere più nulla da offrire — e nulla da cui difendersi.

L’Italia, Rubio e la finestra che si apre

Ed eccoci al punto che rende questa analisi direttamente rilevante per Roma, proprio in queste ore. Il 7 e 8 maggio, Marco Rubio atterra in Italia per una missione definita di “disgelo”: vedrà Papa Leone XIV in Vaticano, il cardinale Parolin, e poi Tajani e Crosetto in bilaterali formali. Non è escluso un incontro con Meloni — Rubio ha dichiarato di volerla incontrare — anche se lo strappo prodotto dalle parole di Trump ha lasciato segni profondi.

Il contesto immediato è il raffreddamento italo-americano sulla guerra in Iran: il no di Roma all’utilizzo di Sigonella per gli attacchi, la condanna trasversale degli attacchi di Trump al Papa, la distanza di Meloni da una campagna militare non preannunciata agli alleati europei. Ma la visita di Rubio porta con sé un’agenda più ampia, che inevitabilmente tocca i grandi dossier mediterranei.

L’Italia ha interessi diretti e precisi in questo quadro. Eni è presente in Algeria con contratti energetici strategici; il Piano Mattei costruisce una proiezione italiana in Africa subsahariana che passa necessariamente per le dorsali logistiche del Nord Africa; la Marina militare ha interessi nel Mediterraneo meridionale che richiedono interlocutori stabili su entrambe le sponde. Un Maghreb in cui il Marocco si consolida come piattaforma militare americana mentre l’Algeria viene progressivamente marginalizzata non è uno scenario neutro per Roma.

La domanda che Tajani e Crosetto dovrebbero portare al tavolo con Rubio non è solo come ricostruire il ponte con Washington dopo gli attriti sull’Iran. È come l’Italia intende posizionarsi in un Mediterraneo che si sta ridisegnando rapidamente — e lo spazio, in questo ridisegno, per un ruolo italiano autonomo che sappia parlare tanto a Rabat quanto ad Algeri, tanto a Washington quanto a Bruxelles.

La finestra è stretta — ma va letta nella giusta direzione. Il fatto che sia stata Washington a fare la prima mossa, inviando Rubio a Roma è già di per sé un segnale: l’America ha bisogno dell’Italia quanto l’Italia ha bisogno dell’America. Per Roma questa non è solo un’occasione per ristabilizzare i rapporti con Washington — è il momento per chiarire in modo inequivocabile il proprio ruolo nel Mediterraneo: non spettatore delle scelte altrui, ma attore con interessi propri, interlocutori propri, e una visione propria del fianco sud. Presentarsi con le idee chiare non è un lusso diplomatico. È la condizione per essere seduti al tavolo invece che sul menù.

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