La mossa di Trump sulla Germania riaccende il dibattito sul futuro dell’Europa. Parla Camporini

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Il ritiro annunciato da Trump di truppe dalla Germania, le incertezze sul dispiegamento di missili Tomahawk e le minacce rivolte anche a Italia e Spagna riaprono il tema della sicurezza europea e del rapporto transatlantico. Airpress ha parlato con Vincenzo Camporini, generale ed ex capo di Stato maggiore della Difesa, per comprendere le implicazioni per la Nato, per il Mediterraneo e per il futuro della difesa europea.

Generale Camporini, quali implicazioni può avere il ritiro annunciato di truppe americane dalla Germania e che tipo di segnale manda all’Europa e alla Nato?

È un altro passo avanti nella politica di Donald Trump di disimpegno dall’Alleanza Atlantica. Il segnale è estremamente negativo, anche al di là degli aspetti concreti, che sono tutto sommato modesti. Cinquemila soldati non fanno la differenza sul piano operativo. La differenza, però, la fa la volontà politica di questa amministrazione di allentare il proprio impegno con gli alleati storici, quelli con cui gli Stati Uniti hanno costruito il rapporto transatlantico dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi.

Se fosse confermato il mancato invio dei missili Tomahawk in Germania, sarebbe un duro colpo soprattutto per la deterrenza nei confronti della Russia?

Un eventuale ripensamento americano sul dispiegamento dei Tomahawk in Germania sarebbe una scelta politicamente rilevante, perché andrebbe nella direzione di ridurre una capacità di deterrenza avanzata sul territorio europeo.

Dal punto di vista tecnico, i Tomahawk rappresentano una capacità di penetrazione a lungo raggio che in Europa non è disponibile, almeno non in questi termini. Un eventuale mancato dispiegamento avrebbe quindi un significato non solo simbolico, ma anche operativo, soprattutto nel quadro della deterrenza nei confronti della Russia.

Proprio per questo, una vicenda del genere potrebbe diventare anche un’occasione per spingere l’industria europea a dotare le forze armate dei Paesi europei di strumenti adeguati alle esigenze di sicurezza attuali.

Trump ha minacciato tagli anche in Italia e Spagna. Il ministro Crosetto si è mostrato dubbioso sulle ragioni di un eventuale ridimensionamento nel nostro Paese. Quali implicazioni avrebbe per l’Italia e quanto può essere importante l’incontro di questa settimana tra Crosetto e Marco Rubio?

La presenza militare americana in Italia conta circa 12.500 effettivi, distribuiti in varie realtà, da Aviano a Camp Darby, da Sigonella a Camp Ederle. Dal punto di vista operativo, la sua valenza complessiva è abbastanza limitata, con una eccezione importante, la sorveglianza del Mediterraneo. Su questo fronte si tratta di una capacità rilevante per noi almeno quanto lo è per gli Stati Uniti.

Per questo, una riduzione di tale capacità da parte americana sarebbe, in un certo senso, un danno anche per Washington. Conviene a loro come conviene a noi. Mi sembrano dunque dichiarazioni in libertà, che lasciano il tempo che trovano.

La reazione di Crosetto è stata ragionevole, garbata ed equilibrata, considerando anche il carattere piuttosto curioso della comunicazione americana in questa fase. Quanto alla visita di Rubio, bisognerà vedere quali saranno i risultati. Rubio rappresenta la parte razionale dell’attuale compagine governativa di Washington. Ha posizioni chiare e definite, ma le conduce secondo criteri di logica, non di reazione istintiva.

L’Italia, come ha ricordato giustamente Crosetto, ha sempre fatto ciò che doveva fare, e talvolta anche di più. Storicamente non abbiamo nulla da rimproverarci. Basti pensare alla vicenda degli euromissili. Lo schieramento in Europa si concretizzò solo dopo l’assenso italiano, con la decisione di ospitarli a Comiso.

Alla luce di queste mosse americane, quale ruolo deve assumere l’Europa sulla difesa, anche attraverso il riarmo, e come può rafforzare il proprio peso all’interno della Nato?

È un tema che ripeto da anni. L’Europa deve necessariamente crescere. Deve crescere politicamente, in modo da poter esprimere una voce comune e concordata. Ma non basta la dimensione politica. Serve anche una capacità militare che non sia semplicemente vincolata a una struttura di comando e controllo gestita dagli americani.

L’autonomia strategica europea non deve essere intesa come un modo per staccarsi dagli Stati Uniti. Al contrario, deve servire a rendere l’Europa un partner di pari livello, capace di partecipare preventivamente alle decisioni e alle azioni comuni. È il modo per evitare quanto accaduto negli ultimi decenni con diverse amministrazioni americane, a partire dalla guerra in Iraq del 2003.

Se il disimpegno americano dovesse approfondirsi, quanto sarebbe importante una vera unità europea sulla difesa e perché il tema della sovranità resta così difficile da affrontare?

Prima di tutto, bisogna smettere di parlare di “cessione di sovranità”. La sovranità consiste nella capacità di un soggetto, di uno Stato o di un ente politico di porsi degli obiettivi e di avere i mezzi per conseguirli. Oggi, in Europa, dal punto di vista politico, non c’è nessun Paese che disponga davvero di questa sovranità. Non la Francia, non la Germania, non l’Italia, non la Gran Bretagna.

Per questo il punto non è cedere sovranità, ma condividere le sovranità residue. Se non lo facciamo, non andiamo da nessuna parte.

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