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L’idea che ogni Paese debba costruire una propria filiera nazionale dell’intelligenza artificiale rischia di produrre un mondo di copie, non di innovatori. È il messaggio al centro dell’intervento pubblicato il 23 giugno da Jacob Helberg, sottosegretario di Stato americano per gli Affari economici e architetto di “Pax Silica”, l’iniziativa – in questi giorni diventata mainstream per via del summit organizzato a Washington – con cui gli Stati Uniti puntano a costruire una rete di partner fidati per le filiere strategiche dell’intelligenza artificiale.
Nel suo intervento, Helberg prende di mira l’approccio che attribuisce alla strategia delle Nazioni Unite sulla governance digitale: l’idea che la sovranità tecnologica richieda per ogni Paese un’infrastruttura nazionale completa, dai data center ai modelli di intelligenza artificiale, fino alla capacità di sviluppare autonomamente ogni componente della filiera. Secondo Helberg, questa impostazione finirebbe per incentivare una moltiplicazione di progetti identici, destinati a inseguire tecnologie già sviluppate altrove anziché generare innovazione.
La critica non riguarda soltanto l’efficienza economica. Tocca il significato stesso della sovranità tecnologica. Per Helberg, un Paese non è sovrano perché è in grado di replicare le innovazioni del passato, ma perché contribuisce a produrre quelle future. È la distinzione che propone tra “digital sovereignty” e “innovation sovereignty”: nel primo caso l’obiettivo è ricostruire all’interno dei confini nazionali capacità già disponibili sul mercato globale; nel secondo è creare le condizioni affinché ricerca, imprese e capitale umano sviluppino nuovi vantaggi competitivi.
La tesi si inserisce in una riflessione più ampia sulla politica industriale americana. Negli ultimi anni Washington ha investito nel rafforzamento delle proprie capacità tecnologiche, ma ha anche progressivamente abbandonato l’idea che ogni segmento delle catene del valore debba essere ricostruito integralmente negli Stati Uniti. L’obiettivo è piuttosto organizzare un ecosistema di partner affidabili, nel quale ciascun alleato contribuisca con le proprie competenze distintive.
È questo il significato della “Pax Silica” evocata da Helberg. Non una fortezza tecnologica americana, ma una rete di capacità distribuite tra Paesi che condividono interessi strategici e livelli elevati di fiducia reciproca. In questa architettura un partner può offrire capacità di calcolo, un altro competenze industriali, un altro ancora ricerca avanzata, materie prime critiche o capitale finanziario. Il valore non nasce dalla duplicazione delle stesse infrastrutture, ma dalla loro integrazione.
Non è un caso che Helberg abbia rilanciato questa visione proprio durante il summit. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’allargamento dell’iniziativa a 24 Paesi, con l’ingresso di nuovi partner europei, tra cui Paesi Bassi, Germania e Grecia, e soprattutto l’adesione dell’Unione Europea, insieme ad altri dell’America Latina e dell’Asia centrale. Manca per ora l’Italia, anche se di un ingresso di Roma si sta parlando da tempo. L’obiettivo dichiarato da Washington è costruire filiere affidabili per l’intelligenza artificiale, dai semiconduttori ai minerali critici fino all’energia, attraverso una rete di partner ritenuti strategicamente affidabili.
Come ha spiegato lo stesso Helberg al Financial Times, oggi “non esiste alcun raggruppamento concepito specificamente per governare l’economia dell’intelligenza artificiale in una fase in cui l’AI sta trasformando la struttura dell’economia globale”. Nella visione dell’amministrazione americana, la “Pax Silica” nasce proprio per colmare questo vuoto, offrendo una piattaforma di cooperazione tecnologica più flessibile rispetto ai tradizionali formati multilaterali come G7 e G20.
Il messaggio è rivolto anche agli alleati occidentali. Mentre in Europa il dibattito continua a ruotare attorno alla “digital sovereignty”, la riflessione americana sembra spostarsi verso una diversa domanda: quale contributo specifico può offrire ciascun Paese a un ecosistema tecnologico comune?
La differenza va molto oltre la dimensione lessicale. Cambia la logica degli investimenti pubblici, delle partnership industriali e della diplomazia tecnologica. Invece di incentivare la nascita di decine di campioni nazionali impegnati a sviluppare tecnologie simili, l’obiettivo diventa individuare specializzazioni complementari e costruire interdipendenze considerate affidabili dal punto di vista strategico.
In questa prospettiva assume un significato particolare anche il dialogo sulle “Trusted Technologies” che Italia e Stati Uniti stanno portando avanti. L’iniziativa, promossa dal Krack Institute of Tech Diplomacy e dalla Fondazione SERICS e organizzata da Roberto Baldoni, oggi Senior Advisor on Technology and Cybersecurity Policy dell’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, rappresenta un esempio concreto di quella diplomazia tecnologica che punta a costruire filiere condivise più che autosufficienti.
Non si tratta semplicemente di coordinare politiche industriali o di rafforzare la cooperazione scientifica: il punto è individuare dove ciascun partner possa generare maggiore valore all’interno di un ecosistema comune, mantenendo al tempo stesso controllo sulle tecnologie considerate strategiche e riducendo le dipendenze dai competitor sistemici.
Resta naturalmente aperta la discussione su quanto questa impostazione sia conciliabile con le ambizioni europee di autonomia strategica. Molti governi vedono nella costruzione di capacità nazionali un elemento essenziale per limitare vulnerabilità e dipendenze esterne. Helberg ribalta però il ragionamento: la vera vulnerabilità, sostiene, nasce quando ogni Paese cerca di replicare ciò che altri fanno già meglio, disperdendo risorse che potrebbero essere dedicate alla prossima generazione di innovazioni. Quella che genera il vantaggio strategico.
È in questo quadro, il dialogo sulle “Trusted Technologies” tra Italia e Stati Uniti acquista un significato che va oltre la cooperazione bilaterale. L’iniziativa si colloca lungo la stessa traiettoria delineata da Helberg: costruire un ecosistema di innovazione tra partner affidabili anziché una costellazione di capacità nazionali isolate. Se la “Pax Silica” dovesse consolidarsi come architettura della diplomazia tecnologica americana, iniziative di questo tipo potrebbero diventare uno degli strumenti attraverso cui Washington tradurrà la propria strategia in cooperazione concreta con gli alleati.
Al di là delle formule, il valore dell’intervento di Helberg sta soprattutto nel chiarire la direzione che l’amministrazione americana intende imprimere alla politica tecnologica internazionale – a cominciare dalla costruzione di un ecosistema di tecnologie affidabili, ”trusted” appunto, tra partner selezionati. La competizione non si giocherà soltanto sulla capacità di sviluppare modelli di intelligenza artificiale sempre più avanzati, ma sulla costruzione di alleanze tecnologiche stabili, fondate su fiducia, interoperabilità e specializzazione, così da creare un’infrastruttura condivisa, integrata e affidabile. Se questa sarà la traiettoria della politica statunitense, il dibattito sulla sovranità digitale potrebbe evolvere rapidamente: non più come ricerca dell’autosufficienza tecnologica nazionale, ma come capacità di occupare una posizione indispensabile all’interno dell’ecosistema dell’innovazione occidentale.
(Photo: X, @UnderSecE)

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