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Il primo voto è andato in archivio, ma la partita vera comincia adesso. Con il via libera della Commissione al cosiddetto Melonellum, la maggioranza si avvicina a uno dei passaggi politici più delicati della legislatura: riscrivere le regole del gioco a meno di due anni dalle elezioni, mentre i sondaggi restituiscono un Paese diviso quasi a metà tra centrodestra e centrosinistra. Sullo sfondo ci sono il nodo dei voti segreti, la tentazione della fiducia e una domanda che attraversa il dibattito: serve davvero una nuova legge elettorale per garantire la governabilità o si tratta di una sfida tutta politica? Per Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, il rischio è che la discussione sulle regole finisca per rispondere più alle convenienze degli schieramenti che alle esigenze del sistema istituzionale. E mentre Giorgia Meloni sembra intenzionata a giocare la partita fino in fondo, convinta che il risultato peggiore sarebbe il pareggio, anche il centrosinistra appare orientato a misurarsi sullo stesso terreno. Una logica da dentro o fuori che, secondo Benedetto, finisce per marginalizzare ancora una volta il Parlamento e apre inevitabilmente una riflessione sullo spazio che potrebbe occupare un’area liberale e centrista nel nuovo assetto politico.
Presidente Benedetto, dopo il primo via libera della Camera la legge elettorale entra nella sua fase decisiva. Quali sono i passaggi più delicati?
Ho sempre avuto la stessa impostazione su questa vicenda. Adesso c’è la questione dell’Aula, che sarà determinante. Alla Camera il voto segreto può incidere su alcuni passaggi, mentre al Senato il quadro è diverso. Il governo dovrà decidere se procedere fino in fondo o porre la fiducia. In quest’ultimo caso la partita si chiuderebbe molto rapidamente. Se invece si aprisse la strada dei voti segreti, tornerebbe inevitabilmente anche la vexata quaestio delle preferenze.
A Palazzo Madama, però, c’è chi ipotizza che il provvedimento possa arenarsi. È un rischio concreto?
Non lo credo. Se la legge dovesse superare il passaggio della Camera, la maggioranza non potrebbe permettersi di accantonarla al Senato. Sarebbe un costo politico troppo elevato. Per questo penso che, una volta imboccata questa strada, il centrodestra farà di tutto per arrivare al traguardo.
Perché il governo sta investendo tanto capitale politico su questa riforma?
Perché Giorgia Meloni ritiene che questa sia una partita da giocare fino in fondo. Il risultato peggiore per la presidente del Consiglio sarebbe il pareggio. Il punto è che oggi le leggi elettorali vengono costruite guardando ai sondaggi. E i sondaggi ci raccontano due schieramenti sostanzialmente ex aequo.
Lei vede un problema in questo approccio?
Sì, perché a mio giudizio è la soluzione peggiore per il Paese. Mi devono spiegare quale sia oggi il problema di governabilità. Siamo di fronte a uno dei governi più stabili e longevi della storia repubblicana recente. Dov’è l’emergenza? Francamente non la vedo. La governabilità è diventata un falso problema.
Il governo sostiene che la riforma si inserisce in un più ampio percorso di cambiamento istituzionale.
Il governo aveva annunciato tre grandi riforme, tra cui il premierato. La legge elettorale è un’altra cosa. Del resto quasi ogni legislatura modifica il sistema di voto. Il rischio è che si finisca per trasformare una scelta che dovrebbe riguardare l’interesse generale in una scommessa politica.
Una scommessa politica in che senso?
Nel senso che sembra un lancio della monetina: o vinco o perdo. Questa è la logica che vedo prevalere. Ma le regole democratiche non dovrebbero essere scritte sulla base delle convenienze del momento.
Qual è la sua critica principale al Melonellum?
L’impostazione non mi convince perché continuo a credere nella Repubblica parlamentare. Si va alle elezioni, si misura il consenso delle forze politiche e poi è il Parlamento a costruire le maggioranze. È questo il modello che considero più coerente con il nostro impianto costituzionale. Con questa legge, invece, il Parlamento continua a non contare nulla.
Anche il centrosinistra sembra pronto a misurarsi sullo stesso terreno.
Esatto. Anche il centrosinistra sembra voler giocare la partita con la logica dell’“o la va o la spacca”. Non vedo grandi differenze nell’approccio. Entrambi gli schieramenti sembrano orientati a trasformare il voto in uno scontro definitivo.
In questo contesto che spazio può avere il centro?
Io mi auguro che ci sia un futuro positivo, perché c’è bisogno di una forza politica liberale. Penso che Azione di Carlo Calenda possa aggregare energie e personalità interessanti. L’obiettivo dovrebbe essere quello di superare stabilmente la soglia del 5%, una dimensione che consenta a un partito di esistere indipendentemente dalle singole tornate elettorali.
Come si costruisce una proposta politica di questo tipo?
Evitando come la peste le federazioni, che sono quasi sempre sinonimo di fallimento. Bisogna partire da ciò che esiste e allargarlo. Da questo punto di vista credo che Calenda possa essere il player principale di questa operazione.
Chi potrebbe contribuire a questo percorso?
Pina Picierno ha avviato un percorso molto intelligente. Credo che sarà della partita e che potrà offrire un contributo importante. Sugli altri, per il momento, preferisco sospendere il giudizio.

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