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di Flavia Palomba
Al di là del proprio credo politico, e qualunque sia la colorazione ideologica di appartenenza, la crescita culturale e il progresso sociale delle nuove generazioni dovrebbe essere una priorità che investe trasversalmente tutti gli schieramenti politici.
Tuttavia pare che in Italia da qualche decennio vi siano problematiche, e non poche, legate alla scarsa mobilità sociale. Non solo l’ascensore sociale è bloccato, ma addirittura tenderebbe a scivolare verso il basso.
Se fino a qualche decennio fa il titolo di dottore garantiva l’accesso a posizioni lavorative prestigiose, oggi non è più così scontato. Complice un mercato del lavoro che stenta ad affrancarsi dalla dittatura del precariato, segnato da interminabili periodi di praticantato e guadagni lontanissimi che tendono a scoraggiare anche i più caparbi. A questo si aggiungono stage ovviamente non retribuiti, che non permettono la pianificazione della vita nel lungo periodo. Per non parlare della necessità di investire continuamente in formazione (a volte con costi elevati). Per carità, intento di per sé nobilitante, se non si ponesse spesso in alternativa con l’urgenza di percepire uno stipendio.
Spesso i 30enni e i 40enni di oggi, più che scalare la piramide sociale, tendono a mantenersi su gradini che siano almeno dignitosi. Questo fa sì che la collocazione sociale dei figli non si allontani più da quella dei genitori, si eredita l’appartenenza ad uno status, una realtà terribilmente retrò che mal si concilia con la sete di progresso tipica del nostro presente.
Lo Stato ha il compito, delicatissimo, di garantire a tutti i meritevoli la possibilità di partire dalla stessa situazione, ma non sempre accade: chi proviene da ambienti prestigiosi non solo ha la possibilità di scegliere percorsi di laurea notoriamente più lunghi e impegnativi, ma può anche beneficiare di un tessuto culturale e di una rete di conoscenze che possono influenzare positivamente il suo percorso. Anche nel privato la posizione lavorativa si eredita spesso per linea dinastica, ma questo non dovrebbe andare a scapito del merito, riducendo inevitabilmente la possibilità di ingresso per chi, suo malgrado, non può contare su tanti privilegi.
L’ascensore sociale dovrebbe essere l’indicatore dello stato di salute di una democrazia: si guarda sempre con ammirazione, e poco spirito di emulazione, ai paesi del Nord Europa, dove si promuove il capitale umano offrendo a tutti la possibilità di competere liberamente. Da noi il divario sempre più marcato tra le élite e il resto della popolazione si riverbera negativamente anche sul percorso di studi. E questo rallenta la crescita del Paese.
La notizia positiva è che il blocco sociale pare non scoraggiare più di tanto i ragazzi, infatti anche i maturandi del 2026 a mio avviso hanno le idee molto chiare sul proprio percorso post diploma. Parliamo sempre di una scelta di compromesso, s’intende, dettata sì dalla passione ma anche dalle necessità di rispettare le regole attuali del mercato del lavoro, pertanto sul podio vi sono materie economiche declinate in tutte le loro diramazioni, seguite da quelle informatiche e scientifiche.
Notevole fiducia viene riposta anche nelle professioni sanitarie. A scapito forse di quelle umanistiche più difficilmente spendibili nell’immediato. Complice anche il dominio incontrastato dei nuovi sistemi tecnologici.
Resta dunque necessaria e urgente una inversione di tendenza, che parta dalla scuola dell’obbligo al fine di eliminare di fatto le situazioni di disparità, perché la promozione del merito rappresenta una reale opportunità per il Paese, che rischia di perdere talenti e con essi il progresso e la coesione sociale.
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L'articolo In Italia l’ascensore sociale è bloccato, ma questo pare non scoraggiare più di tanto i maturandi proviene da Il Fatto Quotidiano.




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