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“Stavo parlando proprio di te. Sei l’unico che può rappresentarci e ti manderemo a Mosca il prima possibile”. La battuta dal sapore acidulo rivolta da Bart De Wever ad Antonio Costa ha strappato qualche sorriso tra i giornalisti al vertice di Bruxelles. “Perché non ti piaccio qui!”, è stata la pronta replica del presidente del Consiglio Ue. Ma il siparietto tra il premier belga e l’ex capo del governo portoghese nasconde una questione tutt’altro che leggera. L’iniziativa con cui Costa ha tentato di aprire un canale di dialogo con il Cremlino ha infatti innescato una discussione accesa tra i leader dell’Ue: chi dovrà rappresentare l’Europa quando arriverà il momento di trattare con Mosca sulla fine della guerra in Ucraina?
La vicenda è emersa il 17 giugno, quando fonti europee hanno confermato che nelle ultime settimane l’ufficio di Costa avviato “brevi contatti diplomatici” con il Cremlino. L’obiettivo, hanno spiegato le fonti, non era negoziare né affrontare questioni di merito, ma costruire canali di comunicazione da utilizzare in futuro, quando si dovessero aprire reali prospettive di dialogo. L’Ue “non è un mediatore” ma “ha interessi specifici che dovranno essere difesi; pertanto è importante disporre di canali diplomatici consolidati con la Russia”, è la linea dell’entourage di Costa.
Il giorno successivo, durante la sessione del Consiglio europeo dedicata all’Ucraina, Costa ha difeso personalmente l’iniziativa. Secondo fonti Ue, il presidente ha sottolineato la necessità di continuare a sostenere Kiev e, allo stesso tempo, di prepararsi “ad assumersi le nostre responsabilità, se e quando si presenteranno le condizioni giuste per un dialogo con la Russia”. I contatti avviati, ha spiegato, sono stati limitati e puramente diplomatici, senza alcuno scambio negoziale. Ma le rassicurazioni non sono bastate. Durante le discussioni a porte chiuse, diversi leader hanno espresso irritazione per il fatto di non essere stati coinvolti. Secondo quanto riferito da diplomatici europei, alcuni governi ritengono che il presidente del Consiglio europeo non disponesse di un mandato politico per avviare contatti autonomi con Mosca. “I suoi colloqui non erano coordinati con gli Stati membri”, ha osservato il rappresentante di un importante Paese europeo.
Le critiche sono emerse con maggiore chiarezza il 19 giugno. Secondo quanto riportato da Dpa e Politico, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno manifestato apertamente il loro fastidio per l’iniziativa. Al presidente francese non sarebbe piaciuto soprattutto il metodo utilizzato per avviare i contatti, mentre nelle ultime ore perplessità sarebbero state espresse anche dai Paesi baltici, dalla Danimarca e dai Paesi Bassi. “Noi, come Europa, dovremo riflettere – ha sintetizzato il premier olandese Rob Jetten -: cosa c’è in gioco in definitiva se si arriva a quel tavolo negoziale? È ancora troppo presto per stabilire chi potrebbe essere quel negoziatore europeo”.
Da mesi l’Ue discute su quale tipo di comunicazione, se del caso, debba avere con Putin e, in caso affermativo, chi debba guidarla. L’urgenza è aumentata da quando Donald Trump ha raggiunto l’accordo di pace provvisorio con l’Iran e, al vertice del G7 in Francia all’inizio di questa settimana, ha segnalato che la sua attenzione si sta nuovamente concentrando sull’Ucraina.
Il paradosso è che proprio Macron e Merz figurano tra i leader che più apertamente hanno sostenuto la necessità di mantenere aperta una prospettiva di dialogo con la Russia. Il presidente francese ha continuato a parlare con Vladimir Putin anche dopo l’inizio della guerra, arrivando a intrattenere con lui lunghe conversazioni telefoniche, come la telefonata di due ore a metà 2025, e sostenendo più volte la necessità di individuare “un quadro” per riallacciare il confronto con Mosca. Il cancelliere tedesco, all’inizio di giugno, ha firmato insieme a Macron e al premier britannico Keir Starmer una dichiarazione congiunta favorevole a un dialogo diretto tra Kiev e Mosca, purché sostenuto da Stati Uniti ed Europa.
La differenza riguarda il controllo del processo. Per Francia e Germania, l’iniziativa diplomatica non dovrebbe essere guidata autonomamente dalle istituzioni di Bruxelles, ma affidata a una regia composta dai principali governi europei, in particolare al formato E3 di cui fanno parte Francia, Germania e Regno Unito, oppure a un gruppo ristretto di grandi Stati membri in modo che il ruolo delle istituzioni comunitarie rimanga subordinato alle decisioni delle capitali.
È qui che emerge il significato dello scontro. Costa rivendica il diritto dei vertici Ue ad avere un ruolo. I governi vogliono invece evitare che Bruxelles sia autonoma. Sullo sfondo si intravedono inoltre visioni diverse tra la Commissione, il Consiglio europeo, il formato E3, il gruppo E5 che comprende anche Italia e Polonia, e i Paesi baltici, questi ultimi più diffidenti verso qualsiasi apertura verso il Cremlino. “L’Unione Europea non può assumere il ruolo di mediatore in questi negoziati”, ha detto a Politico.eu la prima ministra estone Kristen Michal., secondo la quale “la storia offre un chiaro monito sui tentativi di perseguire quadri negoziali alternativi con i dittatori“.
La battuta di De Wever, quindi, coglie il punto centrale della questione. Se fino a pochi mesi fa il problema era se parlare o meno con Mosca, oggi il dibattito sembra essersi spostato su un’altra domanda: chi parlerà a nome dell’Europa quando arriverà il momento di farlo.
L'articolo Ucraina, Macron e Merz contro Costa sul “canale” aperto con Mosca: s’infiamma la lotta per avere un ruolo nei futuri negoziati proviene da Il Fatto Quotidiano.




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