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Lo scorso venerdì sera, a Covo, nel cuore produttivo della pianura bergamasca, due cittadini indiani originari del Punjab, Rajinder Singh (47 anni) e Gurmit Singh (48), sono stati uccisi a colpi di pistola davanti a un centro culturale sikh. La dinamica, per modalità e precisione, richiama un’esecuzione: una dozzina di colpi sparati a distanza ravvicinata, davanti a testimoni e sotto l’occhio di una telecamera.
Secondo le prime ricostruzioni, il killer – un connazionale residente ad Antegnate, a pochi chilometri dal luogo dell’assassinio – avrebbe agito con il supporto di almeno tre complici. Dopo aver parcheggiato l’auto all’ingresso della strada che conduce al tempio, si sarebbe avvicinato al cancello, compiendo un gesto rituale di rispetto, per poi aprire il fuoco contro le vittime, colpite alla testa e al corpo. La fuga è avvenuta su due veicoli, ora al centro delle indagini dei carabinieri di Treviglio, coordinati dalla procura.
L’omicidio è avvenuto alla vigilia della festa di Vaisakhi, una delle ricorrenze più importanti per la comunità sikh, che avrebbe dovuto portare fino a duemila fedeli a Covo. Il corteo previsto è stato poi annullato.
Le indagini convergono su una faida interna alla comunità locale, legata alla gestione del tempio. Rajinder Singh, ex presidente dell’associazione, avrebbe avuto contrasti accesi con un gruppo rivale di Antegnate, sfociati in denunce reciproche nei mesi precedenti. Al centro dello scontro, la leadership del centro religioso e la nomina del nuovo presidente.
Ma c’è anche una divisione più profonda che riguarda visioni più o meno radicali all’interno della comunità sikh. In questa direzione si inseriscono anche le rivendicazioni diffuse da Sikhs for Justice, organizzazione attiva nella diaspora, secondo cui la vittima sarebbe stata vicina al consolato indiano e coinvolta in tensioni emerse in occasione delle celebrazioni del Khalsa Day. Elementi che – pur non verificati – riflettono le fratture politiche e identitarie presenti in parte della comunità.
Ma tali divergenze sfociano anche su un livello di interessi molto meno ideologico. Un elemento che, secondo diverse ricostruzioni investigative e fonti interne alla comunità, riguarda anche il ruolo dei Gurdwara come snodi non solo religiosi ma socio-economici. Luoghi attraverso cui possono transitare relazioni, opportunità di lavoro, divisioni degli oboli e, in alcuni casi, dinamiche opache legate all’immigrazione irregolare e allo sfruttamento del lavoro.
In questo quadro, il controllo delle strutture religiose può tradursi anche in controllo di flussi economici e reti informali, rendendo le contese interne particolarmente sensibili. A rafforzare questa lettura contribuiscono anche due recenti indagini degli ultimi due mesi in Nord Italia, che hanno messo in luce reti legate all’intermediazione illecita di manodopera(con accuse di caporalato) e all’utilizzo improprio dei canali di ingresso legali, nonché il sequestro di ingenti somme di denaro in contanti di difficile tracciabilità.
Elementi che, pur non collegati direttamente al caso di Covo, delineano un contesto in cui i Gurdwara possono assumere un ruolo centrale anche nelle dinamiche economiche interne alla comunità. Una fonte della comunità indiana, che chiede l’anonimato, collega infatti la vicenda bergamasca a dinamiche ancora meno trasparenti, legate alla gestione delle risorse economiche del tempio, in particolare al cosiddetto “obolo della Gurudwara”. Si tratta delle offerte volontarie (donazioni) che i fedeli lasciano nei luoghi di culto sikh: contributi destinati al mantenimento del tempio, alle attività religiose e soprattutto al langar, la cucina comunitaria gratuita che rappresenta uno dei pilastri della religione sikh. In contesti locali dove le somme raccolte possono essere rilevanti, la gestione di questi fondi diventa un nodo sensibile, spesso legato alla leadership del tempio e, in alcuni casi, a tensioni e rivalità interne.
La stessa fonte aggiunge che uno dei sospettati avrebbe legami con ambienti vicini all’indipendentismo khalistani. Il termine fa riferimento al movimento politico che sostiene la creazione di uno Stato sikh indipendente, il “Khalistan”, nel Punjab indiano: una causa che, pur avendo radici storiche nel subcontinente, continua a trovare eco in alcune reti della diaspora. Se confermato, questo elemento inserirebbe il caso anche in un quadro più ampio di tensioni identitarie e politiche interne alla comunità sikh. Saranno le indagini delle autorità italiane a chiarire ulteriori retroscena.
Testimonianze raccolte sul posto suggeriscono intanto una probabile premeditazione. Secondo il racconto fatto al Corriere della Sera da una ragazza vicina alla famiglia delle vittime, durante la giornata non si sarebbero registrate tensioni particolari: Rajinder e Gurmit erano impegnati nei preparativi del Vaisakhi, mentre un gruppo rivale di Antegnate si sarebbe presentato nei pressi del tempio con un furgone carico di cibo e acqua, come per partecipare all’organizzazione. Rajinder sarebbe stato avvisato della loro presenza ma non avrebbe ritenuto la situazione rischiosa. Nella ricostruzione fornita dalla testimone, gli stessi individui sarebbero poi fuggiti insieme all’uomo che ha aperto il fuoco, rafforzando l’ipotesi di un’azione pianificata.
Oltre alla dimensione criminale, il caso apre una questione più ampia: quella della sicurezza e della coesione all’interno della diaspora indiana in Italia e, più in generale, in Europa. Episodi di violenza legati a tensioni intra-comunitarie – spesso connessi a leadership religiose, dinamiche associative o rivalità personali – non sono nuovi, ma negli ultimi mesi sembrano emergere con maggiore frequenza e visibilità.
In particolare, la comunità sikh, storicamente ben integrata in Italia e centrale in settori come agricoltura e logistica, si trova oggi esposta a dinamiche di polarizzazione importate o amplificate dal contesto transnazionale. Le tensioni politiche e identitarie legate al Punjab, inclusi i dibattiti sul separatismo khalistani, hanno avuto riflessi anche nelle diaspore occidentali, contribuendo a irrigidire posizioni e relazioni interne. Posizioni peraltro emerse anche nello spazio pubblico, come durante la recente manifestazione anti-immigrazione organizzata a Milano il giorno successivo al duplice omicidio, in cui erano presenti anche un ristretto gruppo di persone con cartelli pro-Khalistan.
Il duplice omicidio di Covo si inserisce in questo contesto: un episodio locale che però segnala una problematica più ampia. La violenza non è solo il prodotto di una disputa personale, ma il sintomo di una governance comunitaria sotto stress, dove istituzioni informali e leadership religiose diventano terreno di competizione.
Per le autorità italiane, la sfida è duplice. Da un lato, garantire una risposta investigativa rapida ed efficace, in grado di colpire reti e responsabilità. Dall’altro, evitare che episodi di questo tipo alimentino narrazioni generalizzanti sulla comunità indiana, che resta in larga parte integrata e assolutamente non violenta.
Allo stesso tempo, per la diaspora stessa si apre una fase delicata. La gestione dei conflitti interni, la trasparenza nelle strutture associative e il dialogo con le istituzioni diventano elementi chiave per prevenire ulteriori escalation. Covo, in questo senso, non è solo un fatto di cronaca. È un segnale. E come tale va letto: non isolatamente, ma come parte di una dinamica che attraversa confini e comunità.

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