Sicurezza e gas, ecco la doppia partita dell’Italia in Libia

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La visita del ministro dell’Interno italiano a Tripoli–Bengasi in pochi giorni non è un dettaglio di protocollo, ma un messaggio politico preciso. Matteo Piantedosi, reduce dalla sua sesta missione nella capitale libica dall’inizio del mandato, ha scelto di chiudere il giro a Bengasi con Khalifa Haftar, consolidando di fatto una strategia di “interlocuzione parallela” con entrambe le architetture di potere libiche: il Governo di unità nazionale (Gun) di Dabaiba a ovest e il blocco Lna/Parlamento di Tobruk a est.

Questa doppia pista arriva dopo una fase non lineare nei rapporti con la Cirenaica: nel luglio 2025 una delegazione Ue, di cui Piantedosi faceva parte, era stata respinta all’arrivo a Bengasi, in un episodio interpretato da diverse fonti come un “ricatto politico” di Haftar per riaffermare la propria centralità e imporre il riconoscimento del governo parallelo di Osama Hammad. Tornare oggi a Bengasi con una missione bilaterale, ad alto profilo anche di intelligence, significa accettare di fatto Haftar come interlocutore sulle questioni sicurezza–migrazioni, pur senza formalizzare un riconoscimento politico del governo dell’est.

Per Roma, l’obiettivo è pragmatico: garantire canali operativi lungo tutta la dorsale libica che conta per l’Italia, cioè i segmenti di territorio che incrociano la rotta del Mediterraneo centrale e le frontiere con Egitto, Sudan e Ciad, cruciali per i movimenti trans-sahariani. In altre parole, la gestione dei flussi non può passare solo per Tripoli se una parte delle milizie e dei nodi di transito è, di fatto, in mano alle forze legate ad Haftar.

Flussi in calo, rotta libica ancora centrale

Sul dossier migratorio, la tempistica della missione è calibrata sul calendario interno italiano. Il Viminale sta preparando il pacchetto di norme attuative del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno, e la narrativa di governo punta a mostrare risultati concreti in termini di “contenimento degli arrivi”.

I numeri degli ultimi 40 giorni vanno in quella direzione: tra 1 gennaio e 9 febbraio 2026 sono sbarcate in Italia 1.813 persone, il 56,38% in meno rispetto alle 4.156 dello stesso periodo del 2025. Ma dietro la contrazione quantitativa, lo schema geografico resta quasi invariato: 1.386 migranti – oltre tre quarti del totale – sono partiti dalla Libia, pur in calo del 64,1% rispetto all’anno precedente. La rotta libica rimane quindi la spina dorsale del corridoio verso l’Italia, mentre si notano timidi segnali di rafforzamento di vie alternative via Tunisia e Algeria, ancora marginali in valore assoluto ma in crescita percentuale.

Il quadro è coerente con l’andamento 2024: i dati raccolti dalle Ong e dalle istituzioni europee mostrano come la Libia sia tornata stabilmente ad essere il principale punto di partenza per chi raggiunge l’Italia via mare, nonostante l’attenzione politico-mediatica si sia spesso spostata sulla Tunisia. Da qui l’urgenza, per il governo Meloni, di “coprire” sia Tripoli sia Bengasi con meccanismi di cooperazione operativa e di scambio di informazioni.

Oltre il mantra del “blocco navale”: cosa vuole davvero il Viminale

In questo contesto, Piantedosi ha più volte preso le distanze dalla formula elettorale del “blocco navale”, definendola una “semplificazione giornalistica”. Sul tavolo, in realtà, ci sono strumenti più tecnici e condizionati:

– la possibilità di introdurre, in casi eccezionali, interdizioni temporanee all’ingresso nelle 12 miglia per motivi di sicurezza;
– l’esternalizzazione di parti della procedura di asilo verso “Paesi terzi sicuri” con cui esistano accordi, in linea con le aperture previste dal Patto europeo;
– il rafforzamento della cooperazione con le autorità libiche per i rimpatri volontari assistiti e per il controllo delle frontiere terrestri e marittime.

La componente simbolica resta forte: dare l’idea di “tenere la rotta sotto controllo”, ma le condizioni oggettive perché scattino misure eccezionali non sono oggi presenti, come riconosce lo stesso Viminale, vista la relativa “stabilità” dei flussi nel 2025 e il calo di inizio 2026. Da qui l’insistenza del ministro su un pacchetto che funzioni soprattutto in chiave preventiva e dissuasiva, più che come dispositivo operativo già pronto all’uso.

Resta aperto, tuttavia, il capitolo più controverso: quello dei rapporti con le forze di sicurezza libiche. I dati OIM segnalano che, tra inizio 2026 e fine gennaio, 537 persone sono state intercettate e riportate in Libia: uomini, donne e minori che rientrano in un sistema di controllo difficilmente compatibile con gli standard europei di tutela.

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