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Siamo all’ottavo decreto sicurezza. A questo punto è evidente che continuare a invocare l’ordine pubblico per giustificare nuove leggi diventi solo propaganda; anzi, il modo più comodo per evitare domande scomode ed eludere risposte impegnative.
Se sette decreti sicurezza non sono stati sufficienti a impedire il ripetersi delle proteste e delle tensioni sociali, forse il problema non è soltanto l’assenza di norme o la loro insufficiente severità, ma ciò che la politica continua ostinatamente a non vedere.
E’ stato detto e ripetuto più volte: le proteste di piazza non possono essere liquidate come una questione di polizia, né affrontate esclusivamente con gli strumenti repressivi. La violenza non è giustificabile, va perseguita e la sicurezza dei cittadini va garantita. Ma trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico significa confondere gli effetti con le cause, reprimere il sintomo e lasciare intatta la malattia.
Ormai, dovrebbe essere chiaro che, al di là delle rivendicazioni specifiche riguardanti il mondo della scuola, nelle proteste emerge una domanda molto più profonda, che i giovani studenti ripetono e scrivono a caratteri cubitali sugli striscioni che mostrano durante le proteste: “Vogliamo un futuro”. Che significa avere opportunità di lavoro dignitose, non essere condannati alla precarietà, poter costruire una vita senza dipendere dalle condizioni economiche della famiglia di origine. Ma anche: vivere in un mondo in pace, ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche, partecipare alle decisioni che riguardano il proprio domani: è questa la sicurezza che manca, quella che nessun decreto può garantire da solo.
Sono richieste e aspirazioni che dovrebbero interrogare la politica ben più di qualche slogan urlato in piazza. Si può contenere una protesta, ma non si cancella con un decreto la frustrazione di una generazione che non vede prospettive.
La rabbia, quando non trova ascolto, rischia di trasformarsi in disperazione, di alimentare la violenza e di approfondire la frattura tra cittadini e istituzioni. Per questo deve essere sostituita dalla speranza, che si alimenta non attraverso prediche moralistiche, ma con risposte concrete. E qui il pensiero va inevitabilmente alla mobilitazione degli studenti in Serbia, la quale dimostra che una generazione organizzata può diventare protagonista e non semplice spettatrice del proprio destino, pur in presenza di un partito – quello di Vučić – che nell’ultimo decennio aveva progressivamente preso il controllo di istituzioni e media, governando in modo illiberale.
Sia ben chiaro, ogni situazione è diversa dall’altra: Italia e Serbia hanno storie, culture e tradizioni diverse. Tuttavia, per incidere sull’agenda politica e cambiare la direzione imboccata servirebbe un progetto capace di unire le nuove generazioni attorno a obiettivi comuni, superando la frammentazione e la protesta fine a se stessa, progetto fondato sui valori fondamentali affermati dalla Costituzione (lavoro, giustizia sociale, ripudio della guerra), dei quali i giovani, e non solo, avvertono il tradimento.
La politica, pertanto, dovrebbe smettere di domandarsi soltanto come fermare i giovani e cominciare a chiedersi perché non si fidino più delle istituzioni. La sicurezza non si può costruire soltanto imponendo divieti e sanzioni, bensì offrendo diritti, opportunità e prospettive. E se un Governo si preoccupa solo di perseguire le violenze e i saccheggi delle vetrine dei negozi, dimenticando ciò che chiede la stragrande maggioranza di coloro che protestano pacificamente, nonché di dare risposte al disagio sociale, che è reale, si rischia di lasciare un Paese in ginocchio e senza futuro.
Per questo serve un impegno immediato e verificabile: un piano nazionale per l’occupazione giovanile, investimenti nella scuola pubblica, misure concrete contro la precarietà e le disuguaglianze, iniziative diplomatiche credibili per la pace e strumenti permanenti di partecipazione degli studenti alle decisioni politiche.
Serve, altresì, un protagonismo nuovo dei giovani: reti studentesche, mobilitazioni pacifiche e un programma comune capace di trasformare la protesta in proposta. Non basta scendere in piazza per denunciare ciò che non funziona: bisogna costruire insieme ciò che dovrebbe cambiare. La politica è chiamata a rispondere, ma i giovani devono poter diventare parte attiva di questa risposta.
L'articolo Siamo all’ottavo decreto sicurezza. Ma la frustrazione dei giovani non si cancella così proviene da Il Fatto Quotidiano.




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