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In Italia 1.234 progetti di energia rinnovabile aspettano che il ministero dell’Ambiente finisca di esaminarli: il 69,3 per cento dei 1.781 in valutazione a gennaio, secondo Legambiente. Diciassette aspettano un parere da prima del 2021. Chi può ha smesso di bussare: nel 2025 le nuove domande sono state 149, il 75,3 per cento in meno dell’anno prima. Solo per il fotovoltaico, un’elaborazione sui dati del portale del Mase consegnata al Fatto da Gis – Gruppo impianti solari, l’associazione che riunisce imprese del settore, conta 502 procedure ferme in istruttoria tecnica al 10 settembre: 452 hanno sforato il termine di legge per il parere, per 17,6 gigawatt di potenza, con un ritardo mediano di circa 630 giorni. Come si accumula un arretrato del genere? Basta seguire una pratica. Una sola. Quella di Raffaello Giacchetti, presidente di Gis, che – avendone fatta esperienza – denuncia pubblicamente i gorghi kafkiani dietro inerzie e ritardi del Paese su questo fronte strategico.
Il 1° agosto 2023 la Sun Legacy 5 Srl chiede la Via statale per un'”oasi agrivoltaica” da 87,3868 megawatt di picco a Pian d’Organo, Tarquinia: 80 ettari recintati, pannelli su zavorre appoggiate a terra, niente fondazioni. Il 5 marzo 2024 la Soprintendenza speciale per il Pnrr del ministero della Cultura chiede integrazioni. La nota arriva al Mase e lì si ferma: non viene pubblicata, non viene girata all’azienda. Il 20 marzo 2025 la Commissione tecnica Pnrr-Pniec boccia il progetto. Il 16 aprile è il MiC a chiedere che fine abbia fatto la sua richiesta. Il 23 aprile il Mase la spedisce: 414 giorni dopo. Non era stata pubblicata, scrive, “per mero errore materiale“. E avverte che le integrazioni “non pare possano superare le criticità” del parere negativo appena emesso. Rispondete pure, insomma, tanto è no.
“Se mi avessero dato la richiesta di integrazione l’anno prima, io avrei fatto i fotoinserimenti, come poi ho fatto”, dice Giacchetti, l’imprenditore dietro la società. Le integrazioni arrivano l’8 maggio 2025. Il 16 ottobre la Commissione “conferma” il no. Cinque giorni dopo, però, al Tar va in scena un’altra versione. L’azienda ha chiesto un commissario ad acta perché il ministero non ha eseguito la prima sentenza, quella che a gennaio 2025 lo aveva condannato per il silenzio. Il 21 ottobre l’Avvocatura dello Stato deposita una memoria: il Mase ha in mano “il parere n. 843 (…) favorevole al progetto della ricorrente”, dunque il commissario non serve. Il parere allegato dice il contrario.
Il 29 ottobre arriva il no della Soprintendenza: l’impianto, sommato a un altro in valutazione, formerebbe “un’unica ‘lastra‘ di pannelli fotovoltaici senza soluzione di continuità su circa 200 ettari”. Il 12 dicembre 2025 il decreto 764 chiude: giudizio negativo. Dalla domanda sono passati 864 giorni. Nel frattempo aveva detto no anche la Regione Lazio, il 14 marzo 2025, soprattutto per la tutela della Zona di protezione speciale “Comprensorio Tolfetano-Cerite-Manziate”, ma richiamando anche la delibera 171 del 2023 con le quote di potenza per provincia: “Viterbo 78.08%”. Tre settimane dopo il Tar annulla quella delibera, a luglio lo fa il Consiglio di Stato. E il Lazio, sempre secondo Legambiente, è l’unica regione ad aver già installato più di metà del proprio obiettivo al 2030, con 1.315 megawatt di vantaggio: la prima della classe che boccia per eccesso di zelo.
Il 2 settembre 2026 il Tar del Lazio annulla tutto: decreto e pareri di Commissione, MiC e Regione (sentenza 14547). Le amministrazioni hanno trattato l’agrivoltaico come un fotovoltaico a terra, parlando di “consumo di suolo” e “abnorme dimensione” senza fare i conti con zavorre, permeabilità e reversibilità. Le controdeduzioni dell’azienda sono state respinte “con formule meramente apodittiche (‘semplicistico’, ‘non sufficienti’)”.
Non è una vittoria nel merito, e la sentenza lo scrive: il ministero può decidere di nuovo “anche di contenuto negativo, purché adeguatamente motivata”. In giudizio il Mase ha rivendicato “la convergenza di tutte le amministrazioni sul giudizio negativo”, ammettendo “l’erronea mancata trasmissione” della richiesta del MiC. La Regione ha difeso la delibera 171 come “mero parametro di contesto”. L’area è davvero protetta, e Giacchetti fa lo sviluppatore: progetta impianti e, autorizzati, li vende ai fondi. Ma il punto non è chi abbia ragione sui pannelli. “Come lo spiego io a un investitore internazionale che in Italia non c’è la certezza del diritto?”, chiede Giacchetti. Il punto è che per sapere se il no era scritto in modo leggibile sono serviti tre anni e due sentenze.
A un mese dalla sentenza, sul portale del ministero la procedura risulta ancora “conclusa” e sul sito della giustizia amministrativa non c’è traccia di appello. “Adesso vedrai che arriverà un altro parere negativo, bello corposo”, prevede Giacchetti, che solo di avvocati dice di aver speso 50 mila euro.
Il Fatto ha inviato domande al Mase, all’Avvocatura generale dello Stato, al MiC, alla Regione Lazio e al Comune di Tarquinia. L’Avvocatura ha risposto che “per linea di Istituto” non rilascia “alcuna dichiarazione” sugli affari che tratta per le amministrazioni, “in particolare se concernenti controversie ancora pendenti”. Gli altri soggetti interpellati per ora non hanno risposto.
L'articolo Rinnovabili, 1.234 progetti fermi al ministero: 414 giorni per inoltrare una nota, 864 per dire no. E scritto male proviene da Il Fatto Quotidiano.




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