Ricerca e sicurezza nazionale. L’allarme di Londra sulla cooperazione con Pechino

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All’interno di quale sistema e con quale logica si muove la cooperazione accademica e di ricerca con la Cina? E quali rischi ci sono dietro?  È questa domanda a cui intende rispondere il paper dello Uk-China Transparency.

Il lavoro prende in esame le relazioni accademiche sino-britanniche nei settori della cybersecurity, dell’informatica e delle telecomunicazioni. Il dato di partenza è significativo: gli autori hanno identificato 34 partnership strutturate tra università britanniche e cinesi, un numero quasi equivalente a quello rilevato nell’insieme dei 27 Stati membri dell’Unione europea. Di queste, tredici coinvolgerebbero istituzioni che il rapporto considera strettamente integrate nel sistema cinese della ricerca per la difesa. Quattro sarebbero università abilitate a svolgere attività classificate al livello più elevato, altre nove istituzioni con autorizzazioni inferiori o legami con la State Administration of Science, Technology and Industry for National Defense, la Sastind.

È qui che emerge il problema centrale individuato dal paper. Regno Unito e Cina hanno entrambi rapporti tra università, industria e difesa, ma li organizzano secondo logiche molto diverse. Nel sistema britannico, osserva il rapporto, i rapporti con il settore militare tendono a essere circoscritti a programmi, finanziamenti e progetti identificabili. In Cina opera invece il principio della Military-Civil Fusion, che punta programmaticamente a integrare ricerca civile, innovazione commerciale e obiettivi di sicurezza nazionale. Il confine istituzionale diventa quindi meno netto. Alcuni atenei apparentemente civili possono contemporaneamente partecipare a programmi internazionali e disporre delle autorizzazioni necessarie per lavorare su ricerca militare classificata.

Il nodo BUPT

Uno dei casi più approfonditi riguarda la Beijing University of Posts and Telecommunications, la Bupt, e la Queen Mary University of London. La cooperazione risale al 2004 ed è cresciuta fino a comprendere corsi di laurea congiunti, dottorati supervisionati da entrambe le istituzioni, laboratori comuni, un centro per l’innovazione e una seconda struttura ad Hainan.

Secondo il rapporto, entro il 2024 il programma aveva prodotto più di 9.600 laureati con doppio titolo; Scopus registra inoltre 465 pubblicazioni congiunte in computer science tra i due atenei. Il punto sollevato dall’indagine riguarda il fatto che alcuni docenti della Bupt coinvolti nei rapporti con il Regno Unito risultino, secondo la ricostruzione dell’autore, associati anche a finanziamenti della difesa o ad attività di ricerca classificata.

L’analisi si spinge infatti sino ai profili individuali dei ricercatori. Uk-China Transparency afferma di aver esaminato più di cento profili della Bupt e quasi ottanta della Beihang University, rilevando ricorrenze che comprendono finanziamenti militari o legati alla difesa, progetti dai titoli oscurati, relazioni con strutture di comando e controllo e rapporti con apparati di sicurezza e intelligence. Alcuni degli stessi ricercatori risulterebbero contemporaneamente attivi nella cooperazione con istituzioni britanniche.

Il rapporto segnala inoltre casi in cui riferimenti ad attività militari o di sicurezza presenti in vecchie versioni delle pagine accademiche sarebbero successivamente scomparsi. È un elemento che gli autori utilizzano per evidenziare un limite più generale: la due diligence basata esclusivamente su informazioni pubblicamente disponibili può diventare insufficiente quando si entra nei settori tecnologici a maggiore sensibilità.

Beihang e il livello informale delle collaborazioni

Altro caso è quello della Beihang University, uno dei cosiddetti “Seven Sons of National Defence”, il gruppo di università cinesi storicamente più integrate nell’ecosistema industriale e tecnologico della difesa.

La ricerca mette in evidenza anche un aspetto meno visibile della cooperazione universitaria. Beihang indica Queen Mary University of London, Manchester e Surrey tra i propri partner strategici nel settore cyber. Il rapporto osserva tuttavia che analoghi rapporti non risultano evidenziati con la stessa visibilità sulle pagine istituzionali britanniche. L’analisi bibliometrica mostra comunque pubblicazioni comuni in tecnologie dual use, comprese collaborazioni con ricercatori cinesi che, secondo Uk-China Transparency, sono impegnati anche in programmi della difesa. 1790789204400

Beihang ha avuto un laboratorio congiunto di cybersecurity con Integrity Technology Group, indicata nel rapporto anche con il precedente nome Beijing Integrity Technology. L’azienda è stata inserita nelle misure restrittive dell’Unione europea nel marzo 2026 per il supporto fornito ad attività informatiche riconducibili a Flax Typhoon. Il Consiglio Ue afferma che i prodotti e le infrastrutture dell’azienda sono stati utilizzati per compromettere dispositivi Internet of Things anche in Stati membri dell’Unione.

Il problema per Londra è il quadro delle regole

Londra, secondo il paper, dispone già di strumenti per proteggere la ricerca: dal Trusted Research framework al Research Collaboration Advice Team, fino all’Academic Technology Approval Scheme. Ma questi meccanismi rimangono in larga misura consultivi, individuali o affidati all’autoregolamentazione degli atenei.

Il rischio è che vengano controllati studenti e singoli progetti senza affrontare altrettanto sistematicamente strutture più complesse: programmi universitari congiunti, dottorati in co-supervisione, laboratori condivisi, centri di ricerca e dipendenze finanziarie di lungo periodo. È su questo livello che il rapporto propone di spostare l’attenzione.

Tra le proposte avanzate dall’autore figurano una lista governativa delle organizzazioni di ricerca straniere considerate a maggiore rischio, sul modello canadese; responsabili della research security negli atenei più esposti; sostegno economico alle università chiamate a ristrutturare determinate partnership; briefing di sicurezza per il personale diretto in Cina. Ma c’è anche una precisazione che impedisce di leggere il documento come una richiesta di disaccoppiamento accademico: l’obiettivo dichiarato è una gestione selettiva del rischio, non una limitazione indiscriminata della collaborazione scientifica con Pechino.

Nei settori cyber e nelle altre tecnologie dual use, il problema tocca esportazioni tecnologiche, reti accademiche, formazione avanzata, laboratori e circolazione delle competenze. Per Londra, sostiene Uk-China Transparency, la domanda è dunque se gli strumenti costruiti per valutare singoli rischi siano ancora sufficienti davanti a collaborazioni che hanno ormai assunto una dimensione strutturale.

 

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