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Se qualcuno davvero ancora pensava che l’Iran avrebbe rinunciato alla partecipazione alla Coppa del Mondo di calcio 2026 Usa-Canada-Messico, le immagini provenienti da Teheran e le dichiarazioni del viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi cancellano qualsiasi dubbio: la nazione persiana non è disposta a farsi da parte. Al contrario: sta montando, sotto l’effetto della propaganda, una mobilitazione pro-mondiale. Mercoledì sera, a piazza Enghelab, a sud di Teheran, la squadra, in partenza per il ritiro, è stata salutata dai tifosi. Migliaia di persone hanno sventolato le bandiere e hanno urlato più volte “Morte agli Stati Uniti”, “Morte a Israele”. Giocatori, staff tecnico e dirigenti, riuniti sul palco, hanno e applaudito la folla, in un diluvio di foto e di selfie.
Sul versante politico, il viceministro degli Esteri, sulla sua pagina X, ha indirizzato questo messaggio a Fifa e governi: “Ospitare la Coppa del Mondo comporta un chiaro impegno per ogni Paese ospitante: garantire una partecipazione equa, rispettosa e non discriminatoria a tutte le squadre che si sono qualificate. Visti, ingresso, alloggio, viaggi, presenza di funzionari e condizioni per lo svolgimento della competizione non devono diventare uno strumento per esercitare pressioni politiche o comportamenti selettivi nei confronti di una nazionale”.
Tradotto: non potete negare i visti alla nostra delegazione e dovete rispettare la nostra cultura. Nella trattativa in corso in Turchia, i dirigenti della federazione di Teheran hanno consegnato alla Fifa un documento contenente le dieci richieste avanzate dagli iraniani per partecipare al torneo. Oltre alla questione dei visti, che è però di competenza dei governi dei tre paesi organizzatori (Usa e Canada non vogliono concedere l’ingresso ai componenti della delegazione che hanno avuto legami con le Guardie Nazionali Islamiche, tra i quali il presidente federale Mehdi Taj), spicca quella riguardante il divieto di ingresso negli stadi delle bandiere arcobaleno in occasione delle partite della nazionale asiatica. Una patata bollente per la Fifa, che da tempo sostiene i diritti delle comunità LGBTQ+ (acronimo di lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer).
Sulla questione dei visti, l’unica strada percorribile potrebbe essere quella di un compromesso, ma questo smentirebbe la linea della fermezza sostenuta dal segretario di Stato statunitense Marco Rubio. Anche il Canada, che lo scorso aprile ha negato l’ingresso a Taj e ad altri componenti della delegazione iraniana in viaggio verso il congresso Fifa di Vancouver, ha mantenuto finora una posizione rigida sull’argomento.
Le decisioni sono però imminenti. Manca meno di un mese al via al mondiale (11 giugno) e la pratica Iran va risolta in tempi brevi. La nazionale guidata da Amir Ghalenoei giocherà le prime due partite a Los Angels, dove è presente la maggior comunità iraniana negli Usa: il 15 giugno contro la Nuova Zelanda e il 21 contro il Belgio. Il 26 la terza gara, contro l’Egitto, a Seattle. La rosa è già delineata. C’è un escluso eccellente: l’ex romanista Sardar Azmoun, da anni sostenitore delle proteste dei giovani contro il governo di Teheran. L’attaccante, in forza ora allo Shabab Al–Ahli (Emirati Arabi), non ha perso solo il posto in nazionale: i suoi beni in Iran sono stati sequestrati. Il pugno di ferro delle autorità islamiche non concede sconti a nessuno.
L'articolo Quale ripescaggio, l’Iran parte per i Mondiali: la grande cerimonia a Teheran e la trattativa in Turchia proviene da Il Fatto Quotidiano.




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