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Il verdetto su come sia andato il “più grande summit di tutti i tempi”, come l’ha definito Donald Trump con l’usuale understatement, l’hanno dato i mercati. Dopo la due giorni a Pechino del presidente Usa, accompagnato dai numeri uno di tutte le corporation con oltre 1000 miliardi di capitalizzazione, Wall Street ha aperto in rosso e le Borse europee hanno archiviato la seduta in netto calo. Perché da un lato la Cina, che al momento sta gestendo senza problemi la crisi energetica, non intende intervenire direttamente per trovare una soluzione rispetto alla chiusura dello Stretto di Hormuz che porta con sé maxi rialzi delle materie prime. Dall’altro i “fantastici accordi commerciali” con il leader cinese Xi Jinping rivendicati dall’inquilino della Casa Bianca non hanno trovato per ora alcun riscontro da parte di Pechino. Peggio ancora, dall’Air Force One che lo riportava in patria Trump ha ammesso che di dazi “non abbiamo parlato”: la proroga oltre novembre della tregua a cui Washington è stata costretta lo scorso anno per evitare pesanti ritorsioni sulle materie prime critiche controllate dalla Repubblica popolare resta dunque in forse.
Il leader Usa torna a casa con pochissimo in mano e difficilmente l’esito del vertice ne aumenterà il gradimento in patria, al minimo storico. Difficile definire vittoria un incontro durante il quale Xi, citando lo storico Tucidide, lo ha sottilmente avvertito dei rischi che corre il suo Paese – egemone ma declinante, è il messaggio – se interferirà con le ambizioni della potenza emergente che oggi è la Cina. Tanto più se sul fronte commerciale lo spin che i colloqui siano sfociati in intese vantaggiose non è stato corroborato in alcun modo dalla controparte.
Le priorità dichiarate prima del viaggio riguardavano l’export verso la Repubblica popolare di carne bovina, soia e aerei Boeing, l’azienda aeronautica Usa le cui consegne a clienti cinesi sono calate pesantemente dopo gli incidenti mortali che hanno visto coinvolti due 737 Max. Sul primo fronte, giovedì Reuters aveva dato notizia che in effetti le autorità cinesi avevano rinnovato le autorizzazioni all’esportazione per 400 stabilimenti di lavorazione della carne bovina statunitensi. Ma poche ore dopo quasi tutte le licenze appena rinnovate, che avrebbero ribaltato un trend di forte calo delle vendite, risultavano nuovamente scadute. E per il momento non è stato chiarito se si sia trattato di un errore o una falsa partenza.
Altrettanta incertezza sul dossier soia. La Cina è il maggior importatore al mondo del legume, ma negli ultimi anni ha ridotto la propria dipendenza da quella prodotta negli Usa aumentando gli acquisti dal Brasile. Dopo la tregua commerciale si era impegnata lo scorso ottobre a tornare a comprarne 25 milioni di tonnellate l’anno, per un valore di circa 10 miliardi. Il rappresentante al Commercio Jamieson Greer ha detto di attendersi, a valle del summit, un ulteriore aumento degli acquisti di beni agricoli statunitensi per “decine di miliardi” nei prossimi tre anni e a partire dalla seconda parte del 2026, ma non ha dato dettagli sui prodotti coinvolti.
Giovedì Trump ha poi detto a Fox News che Xi si è impegnato a ordinare 200 aerei Boeing. Il numero è però molto inferiore alle previsioni, tanto che giovedì il titolo del gruppo è crollato in Borsa nonostante il presidente Usa abbia precisato che l’ordine potrebbe salire a 750 “se fanno un buon lavoro”. L’informazione comunque non è stata confermata da Pechino. Così come neanche una parola è arrivata per quanto riguarda il maggiore accesso al mercato cinese per le società statunitensi delle carte di credito, di cui Trump ha detto di aver discusso con Xi. Un portavoce del ministero degli Esteri, riporta la Bbc, si è limitato a parlare di “consenso importante” e dell’importanza di una “cooperazione vantaggiosa per entrambi” i Paesi. Xi dal canto suo è rimasto sul vago citando “importanti intese comuni sul mantenimento di legami economici e commerciali stabili, sull’ampliamento della cooperazione concreta in vari settori e sulla gestione adeguata delle preoccupazioni reciproche”.
Per quanto riguarda i dazi, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi secondo l’agenzia Xinhua ha spiegato che “i team economici e commerciali di Cina e Stati Uniti lavoreranno per espandere gli scambi bilaterali nell’ambito di un quadro di riduzione tariffaria reciproca” e le due parti “hanno concordato di istituire un consiglio commerciale e un consiglio per gli investimenti e di affrontare le reciproche preoccupazioni in merito all’accesso al mercato per i prodotti agricoli“. Insomma: sui principali punti cari a Trump il negoziato è stato avviato, ma in concreto deve ancora iniziare. Andrew Gilholm, che guida la direzione analisi sulla Cina della società di consulenza Control Risks, tirando le somme con il Financial Times ha commentato: “Ora la Cina gestisce gli Stati Uniti più con la deterrenza che con le concessioni: fa concessioni solo in cambio di concessioni statunitensi e ha dimostrato di essere disposta e capace di rispondere all’escalation con un’escalation. Questo spiega in parte perché un anno di diplomazia e molteplici riunioni di gabinetto, e ora persino la visita di Trump a Pechino, non abbiano portato a una svolta significativa o a un accordo”.
L'articolo Trump vanta “fantastici accordi con Xi” su carne, prodotti agricoli e aerei. Ma torna dalla Cina senza nulla di concreto in mano proviene da Il Fatto Quotidiano.





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