Provo ‘simpatia’ per i giovani che provocano allarme sociale: gli adolescenti vanno capiti

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A dispetto della stragrande maggioranza dei commentatori, confesso di avere un minimo di “simpatia” per i ragazzi che commettono dei piccoli reati o mettono in atto comportamenti che provocano allarme sociale, naturalmente senza che vi siano violenze verso le persone. I recenti casi di Modena dove un gruppo si è recato in un supermercato per fare razzia di piccoli oggetti e provocare danni, oppure l’episodio delle due ragazzine che a San Cataldo (Caltanissetta) si sono chiuse in un bagno per una giornata, con il fine di provocare allarme sociale, mi hanno quindi incuriosito.

Non mi sento di bollarli come atti solamente criminosi. L’episodio al supermercato mi ha fatto venire in mente gli espropri proletari degli anni Settanta che, organizzati dall’area di Autonomia Operaia, si ponevano come simbolo della redistribuzione delle risorse dai ricchi ai poveri. L’episodio delle ragazzine chiuse in bagno mi ha solleticato la fantasia, rispetto alla frase attribuita ad Andy Warhol “in futuro tutti saranno famosi per 15 minuti”.

Quando parlo di simpatia verso questi ragazzi mi riferisco al significato di “sentire insieme” o anche “soffrire insieme”. Non significa accondiscendenza. Ritengo, infatti, che questi giovani debbano essere puniti perché nella loro maturazione questo evento deviante serva come stimolo a costruire la propria identità. Al tempo stesso, però, devono essere capiti.

L’adolescenza è una fase della vita in cui i ragazzi si trovano a vivere tre lutti, rispetto al proprio corpo infantile che viene perso per trasformarsi, rispetto al proprio ruolo di bambino che deve evolvere e rispetto alle figure dei genitori che non sono più coloro che sanno tutto e risolvono tutto.

Questi lutti provocano sofferenza emotiva che è un potente stimolo trasformativo, finalizzato all’acquisizione di una nuova identità corporea, sociale e relazionale verso i genitori. Sappiamo che questo tormento è normale, così come sono normali le doglie del parto o il malessere dei rantoli prima della morte. Ogni trasformazione nella nostra vita porta con sé un certo livello di dolore che a volte, come nell’adolescenza, ha un fine positivo verso un nuovo corpo adulto e un nuovo ruolo. Il tessuto sociale in cui il giovane si trova funge da contenitore o amplificatore di questa sofferenza trasformativa, per cui l’adolescente coglie subito le contraddizioni e le ipocrisie che lo circondano.

I giovani modenesi con la loro bravata hanno messo il dito nella piaga di una dilagante sofferenza di una fetta di popolazione che non riesce ad arrivare a fine mese col magro stipendio. Non credo che lo volessero fare seguendo un ragionamento, ma il loro inconscio li ha portati a esprimere simbolicamente un urlo di dolore. Tutti i giorni la società, con la pubblicità onnipresente, ci stimola promettendo che saremo felici solo se acquisteremo quel prodotto. Poi la stessa società mette i giovani, disoccupati al 20 per cento e sottopagati, nella condizione di non poter accedere a quel prodotto per mancanza di stipendi congrui. Pare quindi che il destino di questi ragazzi sia l’essere sempre infelici perché non in grado di raggiungere quello che la pubblicità e i social pongono come metro della felicità. La rabbia e l’esigenza di sovvertire questa narrazione sono simbolicamente rappresentate dall’appropriarsi o dal distruggere gli oggetti di consumo.

Le ragazzine chiuse in bagno rappresentano anche loro, simbolicamente, una sofferenza sociale diffusa, rispetto all’anonimato sociale. Nelle piccole comunità in cui si viveva nel secolo scorso l’individuo tendeva ad essere conosciuto attraverso famiglia, lavoro, reputazione e relazioni. Nella società attuale siamo uno fra molti, per cui compare il senso di solitudine, irrilevanza e mancanza di appartenenza. Solo se compari per 15 minuti sui social pare che tu sia vivo e capace di incidere.

Inconsciamente, queste ragazzine hanno ricercato 15 minuti di notorietà, anche per appurare se, finalmente, le famiglie o la società si accorgevano della loro esistenza. Anche loro, probabilmente, senza un ragionamento e senza rendersene conto, hanno messo in evidenza il senso di isolamento e anonimato sociale come sofferenza diffusa.

Capisco che il mio ragionamento potrà apparire contraddittorio, nel momento in cui affermo che questi giovani vanno puniti, ma ora sarà chiaro a cosa mi riferisco quando affermo che provo una certa “simpatia” per loro. Intendo il significato etimologico di simpatia, “soffrire assieme” a loro, comprendendone le motivazioni. Credo che l’adolescenza sia una fase in cui il giovane cerca il “limite” per cui, inevitabilmente, per effettuare questa esplorazione può superare questo confine e provocare dei danni. La ricerca, però, di solito è positiva perché porta nuove energie vitali alla società.

Il guaio grosso che vedo intorno a me sono i giovani adolescenti acquiescenti che non hanno stimoli, che non cercano nulla, ma che, imbevuti di pubblicità, si adagiano sul loro ruolo passivo di consumatori aiutati in questo da genitori che non vedono l’ora di trattarli come “figli di papà” per lenire lo scontro generazionale.

Guai a quella società i cui adolescenti, invece di sovvertire le regole per cambiarle, le accettano passivamente. Le recenti proteste che stanno avvenendo in Francia nelle scuole, dove non ci sono soldi per le ristrutturazioni mentre si trovano per la guerra, fanno riflettere sul disagio giovanile che la società vuole soffocare, con commentatori sempre pronti ad esecrare.

L'articolo Provo ‘simpatia’ per i giovani che provocano allarme sociale: gli adolescenti vanno capiti proviene da Il Fatto Quotidiano.

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