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Sui social girano già le prime battute dopo la farsa che ha reso comico il calcio italiano nel resto del mondo (e francamente non era proprio il caso): in Federazione si affannano per rimuovere le foto del presidente (Malagò) per sostituirle con quelle del commissario (Malagò). Detto che fa ridere anche l’uso della parola “commissario” (bisogna indagare su che cosa di preciso?), da questa ennesima commedia del nostro sport popolare esce un sicuro vincitore (Malagò) e due altrettanto sicuri perdenti: il nostro football con le sue problematiche e la politica (ma qui bisogna tirare fuori nome e cognome, Andrea Abodi, ministro dello Sport, di nuovo ko nello scontro diretto con il suo eterno nemico).
È stata buttata un’estate dietro a questa storia, finita in farsa come accade sempre, purtroppo, in Italia. Se l’elezione del nuovo presidente avverrà il 14 dicembre (quasi sicuramente ci sarà un solo candidato, Malagò naturalmente), avremo sprecato anche l’autunno. Sei mesi di stop per un sistema che, invece, ha bisogno di riforme urgenti. Già le riforme: alzi la mano chi ha più sentito questa parola nel pasticciaccio brutto della tessera mancante, cavillo usato dalla destra italiana per piazzare la bandierina (anche) sullo sport più popolare del Belpaese. Un tentativo persino sguaiato, che alla fine, in nome del principio dell’autonomia dello sport e della salvaguardia personale dei vari mammasantissima, ha portato il Coni a salvaguardare Malagò.
Uno spettacolo penoso, mentre le questioni serie restano, nonostante il buon rendimento della nazionale in Nations League dopo l’esordio horror contro il Belgio e la qualificazione della nostra Under 21 alla fase finale del prossimo europeo di categoria, grazie al 6-2 sulla Polonia. L’agenda è piena di impegni: ristrutturazione dei settori giovanili, nuove regole (a proposito di regole) per incentivare la promozione dei giovani, gli stadi da costruire o rigenerare, la fiscalità da rivedere perché è chiaro che l’attuale sistema favorisce l’acquisto degli stranieri (ma qui è necessario un dialogo con il governo e dopo quello che è accaduto, lo spirito di vendetta prevarrà sul buon senso, si accettano scommesse).
L’eterno “Gattopardo” che è in noi – inteso come nazione – alla fine fa disperdere energie preziose, sprecate per la solita faida delle poltrone. Si torna sempre alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca. Gli altri paesi si muovono, cambiano, sperimentano, osano. Noi restiamo al palo, nei secoli dei secoli, ma poi ci lamentiamo perché da tre edizioni di fila saltiamo il mondiale, non vinciamo una Champions dal 2010 e guardiamo con invidia spagnoli, francesi, inglesi e portoghesi – rinati senza Cristiano Ronaldo – che giocano a calcio meglio di noi. Solo la Germania, tra le grandi d’Europa, stenta, nonostante l’avvento di Klopp.
Sventato l’assalto alla diligenza, sarebbe il caso che qualcuno cominci finalmente a pensare alle famose riforme. Malagò dovrebbe occuparsi di questo, nelle sue indagini da commissario. Abbiamo buttato vent’anni, forse trenta se pensiamo alla precarietà degli stadi e agli effetti della legge-Bosman. Continuare a perdere tempo ci condannerà a nuove umiliazioni e stavolta Malagò non avrà l’alibi dell’assalto della politica.
L'articolo Caso Malagò, sei mesi di farsa mentre il calcio italiano affonda: gli altri evolvono, noi ci lamentiamo se non andiamo ai Mondiali proviene da Il Fatto Quotidiano.




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