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di Raffaello Giacchetti*
In uno dei momenti più delicati degli ultimi anni sul fronte energetico, con prezzi dell’elettricità superiori a quelli di molti partner europei e un sistema ancora fortemente dipendente dal gas, in Italia continuano proteste locali e opposizioni contro impianti fotovoltaici di piccola o media dimensione, spesso con impatti territoriali limitati.
Il punto non è negare il confronto con i territori, ma prendere atto che in questa fase storica vedere mobilitazioni contro impianti relativamente contenuti, capaci di produrre energia pulita e ridurre la dipendenza estera, appare sempre più fuori scala rispetto alla gravità della situazione energetica nazionale.
Negli ultimi tempi si sono moltiplicati esempi di contestazione verso progetti non paragonabili a grandi infrastrutture industriali. In Romagna è stato contestato un piccolo impianto da circa 4.000 moduli sviluppato su circa 3 ettari. Nel Reatino sono state riportate proteste nella Piana contro un parco fotovoltaico, con prese di posizione anche di Coldiretti sul tema del consumo di suolo agricolo (eppure il fotovoltaico in Italia occupa meno dello 0,3% delle superfici agricole, dati Ispra). In Toscana è stato fermato il progetto fotovoltaico all’aeroporto di Ampugnano, nell’area senese, richiamando motivazioni legate alla tutela della biodiversità. Nelle Marche restano contestazioni su progetti agrivoltaici a Falconara Marittima e Chiaravalle, mentre nel Lodigiano prosegue l’opposizione a un altro impianto con richieste di ulteriori tavoli tecnici.
Secondo Legambiente, nelle Marche “esiste una narrazione che tende a enfatizzare un’invasione degli impianti che non trova riscontro nei dati reali”. Il fenomeno è confermato anche dal monitoraggio più recente sui blocchi alle rinnovabili: il report Scacco Matto alle rinnovabili di Legambiente (marzo 2026) ha censito oltre cento casi di opposizione o rallentamento, con numerose segnalazioni anche nel 2026. Si tratta spesso di impianti di scala medio-piccola o comunque molto lontani dall’immagine caricaturale delle distese infinite di pannelli. Il dibattito pubblico dovrebbe tenere conto delle proporzioni reali.
Secondo i dati Ember, ricordiamo infatti che nei mesi recenti il prezzo dell’elettricità all’ingrosso in Italia è rimasto nettamente superiore rispetto a quello spagnolo, ad esempio. Da una parte, il Paese discute di competitività industriale, bollette e sicurezza energetica. Dall’altra si ostacolano impianti che potrebbero contribuire, anche localmente, ad aumentare l’offerta di energia rinnovabile.
Ci tengo a sottolineare che il contrasto locale non coincide con il sentiment dei cittadini. La Commissione europea segnala che quasi 9 cittadini europei su 10 vogliono più rinnovabili ed efficienza energetica. In Italia, rilevazioni recenti mostrano una forte e decisa maggioranza favorevole alla transizione ecologica. Il problema non sono i cittadini nel loro complesso, ma il fatto che spesso alcuni amministratori e politici locali, per ragioni di consenso immediato e di breve periodo, alimentano polemiche e resistenze contro impianti rinnovabili anche di dimensioni contenute. A questo si aggiungono prese di posizione di alcune organizzazioni territoriali o di categoria che contribuiscono a irrigidire il confronto invece di affrontarlo su basi tecniche e razionali.
Un grande impianto industriale richiede valutazioni approfondite, ed è giusto. Ma trattare allo stesso modo anche progetti piccoli o medio-piccoli, in una fase di crisi energetica storica, significa frenare il Paese senza reali benefici ambientali. L’Italia non può continuare a pagare l’energia più cara dei concorrenti europei e contemporaneamente ostacolare anche gli impianti più contenuti e sostenibili.
*presidente Gis, Gruppo Impianti Solari
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L'articolo Perché ostacolare i piccoli impianti fotovoltaici in tempo di crisi energetica significa frenare il Paese proviene da Il Fatto Quotidiano.




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