Il Regno Unito punta sull’AI sovranista per affrancarsi da Big tech Usa: ma rischia di restare un passo indietro

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La strategia britannica per l’intelligenza artificiale nel 2026 rientra in un piano ambizioso per trasformare il Regno Unito in un polo di sovranità tecnologica ed è alla base del rilancio economico del paese, per sovvertirne il declino post-Brexit. Il governo laburista vuole cavalcare le potenzialità apparentemente offerte dall’AI e, contemporaneamente, come l’UE, ha l’esigenza di ridurre la sua dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti ora che le tensioni sui principali dossies geopolitici fanno rivedere l’alleanza con Washington.

Ma Downing Street affronta anche critiche ampie sulla scala economica del suo impegno, sulle ripercussioni etiche, sulle carenze infrastrutturali e sulla fattibilità di una reale indipendenza. Il cuore dell’iniziativa è un pacchetto fino a 2,5 miliardi di sterline, annunciato dal governo tra marzo e aprile 2026. Fra gli interventi spicca il Sovereign AI Unit, finanziato con fino a 500 milioni di sterline e lanciato ufficialmente il 16 aprile 2026. Questo strumento agisce come un veicolo di investimento pubblico: sostiene startup britanniche promettenti nei modelli AI, negli agenti autonomi e nelle applicazioni in sanità, difesa e infrastrutture digitali, offrendo capitale, accesso a supercomputer e supporto per accelerare la crescita delle imprese nel Regno Unito. L’obiettivo è aiutare le aziende a nascere, crescere e restare nel Paese, invece di trasferirsi negli Stati Uniti alla ricerca di finanziamenti più generosi. Poi ci sono i fondi di UK Research and Innovation (UKRI), che stanzia 1,6 miliardi di sterline fino al 2030 per la ricerca di base.

Introdotte anche le Spärck AI Scholarships in nove università prestigiose, borse di studio pensate per trattenere i talenti e contrastare la fuga di cervelli verso l’America. Sul fronte infrastrutturale, il governo punta a rafforzare la potenza di calcolo nazionale con supercomputer come DAWN a Cambridge e Isambard-AI a Bristol, e con la creazione di AI Growth Zones, zone di crescita AI, in regioni come l’Oxfordshire e Scozia, dove le imprese ottengono semplificazioni burocratiche e accesso prioritario alle risorse. Ma un aspetto centrale del dibattito è la dipendenza strategica dagli USA. Il Regno Unito, pur avendo un ecosistema accademico e di startup di alto livello, rischia di rimanere un “AI taker” anziché un “AI maker”. Molte infrastrutture critiche e modelli avanzati dipendono dalle Big Tech USA che dominano il mercato globale e detengono l’oligopolio dei servizi di cloud, la grande infrastruttura di internet essenziale per I settori pubblico e privato, e oggi senza alternative valide.

Le cifre degli investimenti privati negli Stati Uniti sono impressionanti e mettono in prospettiva lo sforzo britannico. OpenAI ha raccolto fondi per decine di miliardi di dollari, con valutazioni che hanno superato gli 800 miliardi in alcune stime recenti, sostenuta pesantemente da Microsoft, Nvidia, Amazon e altri. Anthropic ha chiuso round da decine di miliardi, con una valutazione nell’ordine di centinaia di miliardi, e il supporto di Amazon, Google e Microsoft. Questi colossi investono centinaia di miliardi all’anno in data center, chip e training dei modelli. È un divario enorme rispetto ai fondi pubblici britannici. Questa concentrazione genera preoccupazioni geopolitiche: in caso di tensioni internazionali o cambiamenti nelle politiche USA, il Regno Unito potrebbe trovarsi vulnerabile su dati sensibili, sicurezza nazionale e accesso a tecnologie strategiche. Il piano Sovereign AI nasce proprio per mitigare questo rischio, promuovendo aziende britanniche e infrastrutture domestiche. Ma incontra anche piano forti opposizioni interne. Molti lo giudicano troppo modesto per competere con i giganti USA o con i fondi sovrani di Paesi del Golfo. Altri temono una frammentazione burocratica tra vari enti pubblici.

Sul fronte energetico e infrastrutturale, le critiche sono particolarmente aspre. Il costo dell’energia nel Regno Unito è tra i più alti d’Europa e rappresenta un ostacolo concreto. Ne è prova recente la decisione di OpenAI di sospendere il progetto Stargate UK, un piano per un grande data center nel nord-est dell’Inghilterra, in partnership con Nvidia e Nscale. La società ha citato i costi energetici elevati e l’incertezza regolatoria come motivi per mettere in pausa l’iniziativa, che avrebbe dovuto rafforzare la capacità di calcolo britannica. Un esempio che evidenzia come, senza una riforma profonda del sistema energetico e della rete elettrica, le ambizioni di sovranità AI rischino di rimanere sulla carta: i data center per l’AI consumano enormi quantità di elettricità, e le proposte in corso potrebbero mettere sotto forte pressione la rete, ritardare altri progetti e complicare gli obiettivi net-zero. Le AI Growth Zones, pensate proprio per accelerare la costruzione di data center con semplificazioni e incentivi, sono al centro delle polemiche: secondo i critici, mancano ancora connessioni rapide alla rete e una strategia energetica pienamente credibile, con il pericolo che le aziende preferiscano comunque il cloud americano più conveniente, e sono oggetto di proteste da parte di comitati locali allarmati per il consumo energetico e idrico.

Sul fronte etico e dei diritti civili, cresce l’opposizione a Palantir, l’azienda americana già coinvolta in contratti con l’NHS per la piattaforma di dati federati, dal valore di 330 milioni di sterline. Campagne portate avanti da medici, sindacati, associazioni per i diritti umani e gruppi di pazienti chiedono di interrompere o limitare l’uso della tecnologia, accusando Palantir di scarsa trasparenza, rischi per la privacy dei dati sanitari e legami con attività controverse all’estero, comprese applicazioni in ambito di immigrazione e difesa. Decine di migliaia di cittadini hanno scritto alle autorità sanitarie locali per opporsi, e alcuni trust NHS, cioè l’equivalente delle nostre aziende sanitarie locali, stanno valutando di rifiutare l’adozione. Critici sostengono che affidarsi a fornitori esteri come Palantir contraddica proprio l’obiettivo di sovranità, aumentando invece la dipendenza da aziende americane su dati sensibili dei cittadini.

Più in generale, nel paese sta crescendo la resistenza organizzata allo strapotere delle Big Tech: non solo per la dipendenza tecnica da cloud, chip e modelli proprietari, ma anche per il rischio di monopolio, l’accumulo di dati, la capacità di assorbire o neutralizzare la concorrenza tramite acquisizioni mirate, l’impatto dei social media sui più giovani con la proposta, ora in parlamento, di vietarli ai minori di 16 anni.

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