Perché dubito che il cambiamento politico in Usa verrà recepito anche qui

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di Gerardo Ongaro

Il cambio generazionale nel Partito Democratico statunitense e la sua vittoria alle elezioni del 3 novembre 2026 è veramente una novità? Mi viene alla mente Obama, che sembrava rappresentare una svolta epocale. Nobel per la Pace subito, non avendo ancora fatto niente, si rivelò guerrafondaio e si rimangiò la promessa di chiudere la prigione di Guantanamo. Il caso Mohamedou Ould Slahi è emblematico; tenuto in carcere a Guantanamo senza accuse formali, umiliato, torturato… Un giudice ne ordinò la scarcerazione, l’amministrazione Obama si oppose. Così si fece altri anni di carcere, innocente, 14 in totale.

Il genocidio di Gaza era in corso durante l’era del democratico Biden, che non fece nulla per fermarlo, le tregue le impose poi Trump. La guerra in Ucraina è stata fomentata dal democratico Biden, Trump sta cercando di fermarla, mentre la democratica Ue sta sabotando ogni tentativo di pace.

Questa ondata di freschezza democratica americana (iniziata in Brasile) rappresenterà una vera svolta; travolgerà anche l’Italia? E per fare cosa? Per continuare le politiche liberiste della concentrazione della ricchezza, del riarmo, guerrafondaie del governo attuale?

Non ci sono soldi!, ci dicono quotidianamente le solite figure mediatiche che di soldi ne hanno tanti. I soldi ci sono, ma sono mal distribuiti, come prevederebbero invece la democrazia e la nostra Costituzione. Non dimentichiamoci che è in realtà l’economia a determinare in gran misura le scelte elettorali. In mancanza di risposte alternative, la gente vota indifferentemente il lupo o l’agnello, non riuscendo a notare la differenza.

Sfido chiunque a dimostrare che la maggior parte degli elettori legge i programmi elettorali prima di andare a votare. Salvo rare eccezioni, ai politici conviene che sia così. Non conviene la crescita culturale dell’elettore, non conviene un’affluenza alle urne strepitosa: pochi elettori ignoranti (che non significa necessariamente stupidi) sono maggiormente manipolabili. Il tentativo di sbarazzarsi dei pochi programmi televisivi dedicati al giornalismo d’inchiesta, come Report, è una prova lampante.

La riforma costituzionale sulle leggi di iniziativa popolare/referendum propositivo, che il M5S propose durante l’esperienza governativa, subì forti attacchi da parte delle altre forza politiche. Temevano la partecipazione dell’elettorato, il suo coinvolgimento nella conoscenza dei temi soggetti a discussioni parlamentari e a possibili referendum. Riuscirono ad affossarla. Così, con il solo voto ogni cinque anni, si delega totalmente il potere nelle mani di pochi.

Se la gente volesse informarsi prima del voto, non ne avrebbe il tempo. Pensiamo a una famiglia di genitori e un paio di figli. Se hanno la fortuna di lavorare entrambi, il loro tempo sarà consumato da viaggi pendolari nel traffico, lunghe ore di lavoro (con eventuali straordinari), cura per i figli… Non a caso l’orario di lavoro è rimasto invariato nonostante l’enorme sviluppo tecnologico degli ultimi decenni.

Per cambiare un mondo fallimentare, si dovrebbe diffidare di ammucchiate elettorali dove si scontrano visioni contraddittorie che impediscono il cambiamento autentico. Farebbero perdere voti, perché perderebbero di credibilità.

L’ondata mediatica liberista, sostenuta dietro le quinte dai poteri che contano, sta tentano di portare Renzi nella coalizione progressista, sbandierando sommatorie di sondaggi, spesso smentite dal voto reale. Con un minuscolo manipolo di parlamentari, il loro potere di ricatto sarebbe illimitato, come dimostrato dall’avvento del loro referente finanziario Mario Draghi, che, a sua volta, portò al potere il governo Meloni.

Per loro (i potenti) si tratterebbe di una situazione di vittoria certa comunque vada: se a causa di Renzi la gente se ne stesse a casa, vincerebbe il centrodestra, loro alleato tradizionale; se vincesse il centrosinistra, avrebbero un loro cavallo di troia a protezione dei loro interessi, con un altro Draghi eventualmente in attesa.

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