Neurodivergenti e felici? Vicari: “Il problema non è essere diversi, ma sentirsi sbagliati”

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AGI - Dopo "Adolescenti interrotti", il prof. Stefano Vicari torna in libreria con un nuovo volume "Diversamente intelligenti. Vivere la neurodivergenza in un mondo omologato" (edizioni Feltrinelli). Con il suo solito stile diretto e un linguaggio semplice, il direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma racconta come funziona un cervello che non segue le vie convenzionali. Autismo, ADHD, dislessia, plusdotazione e altre forme di pensiero “fuori dallo schema” vengono narrate con chiarezza e rispetto, intrecciando spiegazioni scientifiche, casi concreti e interventi pratici. 

Vicari prova a riportare ordine in un dibattito sempre più affollato. "Essere neurodivergenti", spiega, "vuol dire essere diversi dalla media della popolazione generale", una media fatta di comportamenti, reazioni emotive e modalità di pensiero che tendono a uniformarsi. Chi si riconosce neurodivergente, invece, "affronta il mondo, reagisce agli stimoli, percepisce le emozioni e mette in atto comportamenti che possono risultare, alla media delle persone, bizzarri, strani, persino incomprensibili".

Il rischio dell'autodiagnosi

Vicari avverte però di un rischio crescente: la banalizzazione. "Mi capita spesso che le persone vengano da me e mi dicano: 'Sono un po’ autistico', 'Ho scoperto di essere ADHD'. C’è un fiorire di autodiagnosi che sottolinea una necessità di definirsi, ma che può nascondere l’insidia di qualche possibile errore". E aggiunge: "C’è il rischio di banalizzare l’autismo e l’ADHD quando diventano un disturbo vero e proprio, perché l’autismo poi è una malattia".

Allo stesso tempo, chi si autoattribuisce un’etichetta spesso esprime un disagio reale: "Evidentemente hanno un livello di sofferenza nel non riconoscersi in un funzionamento medio". È un doppio movimento: evitare di sminuire i disturbi, ma anche riconoscere la fatica di chi vive diversamente in un mondo che tende all’omologazione. Vicari fa un esempio concreto: "Una persona che ha difficoltà a stare in mezzo agli altri sa che tutto il mondo si aspetta che vada alle feste, agli amici, ai locali rumorosi. Questo sforzo provoca stress e può portare ad ansia o depressione".

Sul tema dell’ADHD nei bambini, respinge l’idea di un boom artificiale: "Non credo ci sia un’overdiagnosi. Oggi siamo più bravi che in passato a fare diagnosi e a intercettare la sofferenza". Il problema, ribadisce, è altrove: "Il rischio dell’autodiagnosi è identificarsi in un elenco di sintomi senza spirito critico".

 

 

Un consiglio ai genitori

Ai genitori offre un criterio semplice: "Suggerisco di valutare se quella stranezza del proprio figlio limita la qualità di vita oppure no". In psichiatria infantile, ricorda, non esistono esami oggettivi: «Il principio fondamentale è la disfunzionalità, cioè quando un comportamento impatta sulla qualità di vita".

Tra gli episodi che racconta, uno lo ha segnato da giovane medico: un bambino dislessico e la madre che scopre di essere a sua volta disortografica. "Mi disse: 'Allora non sono stupida'. Sapere che questa cosa ha un nome le dava sollievo. Non vuol dire che non debba impegnarsi, ma la fa sentire meno sbagliata". È un esempio di come il contesto possa trasformare una neurodivergenza in stigma o, al contrario, in consapevolezza.

Il camouflage

Un altro tema centrale è il camouflage, il mascheramento. "Lo vediamo spesso nelle ragazze con elementi di autismo: non avrebbero voglia di fare molta vita di relazione, ma sanno che altrimenti verrebbero considerate sfigate. Allora si mascherano: capiscono che di fronte a certe battute devono ridere, che per essere considerate devono essere brillanti, andare in discoteca anche se i rumori forti danno fastidio". Un comportamento che, prolungato negli anni, può diventare devastante: "È come stare in una relazione di coppia senza essere più innamorati. Devi sorridere, far finta, ma vorresti essere altrove. Questo è stress, e può produrre ansia o depressione".

Non manca però un messaggio positivo: la neurodivergenza può diventare un talento, se accolta e sostenuta. "Una persona autistica molto brillante, messa in un contesto adatto, rende molto di più. Se invece costringiamo tutti a vivere secondo schemi omologati, molti non ce la fanno". Vicari cita il matematico che decifrò il codice Enigma, ma anche Van Gogh, e ricorda che "abbiamo grandi espressioni artistiche e scientifiche nate da funzionamenti diversi". Ma avverte: "Se valutiamo un bambino solo per quanto sta seduto otto ore sul banco, senza considerare le sue capacità, lo penalizziamo fortemente".

 

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