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Igor Protti, scomparso a 58 anni dopo aver affrontato con dignità una malattia, è stato non solo un signor calciatore, capocannoniere di serie A, B e C, ma anche una persona di valori solidi e di grande generosità. A Livorno, la città dove iniziò e finì la carriera, ha fatto solidarietà vera, nei momenti bui della crisi. Igor era di Rimini, la città di Federico Fellini. Il padre, Flavio, fu un personaggio del calcio giovanile delle sue parti, fondatore dell’A.S.D Sant’Ermete. Fu il padre a trasmettere al figlio un insegnamento fondamentale: la vita è fatica e sudore, non è una passeggiata. Il mondiale argentino del 1978 aveva stregato Igor che reclamava il pallone di quel torneo. Il famoso Tango. Papà Flavio disse: “Vuoi il pallone? Bene, vieni a lavorare con me e ne riparliamo”. Per una settimana, il ragazzo, all’epoca undici anni, fu svegliato alle 6 del mattino per recarsi al cantiere insieme al padre. Imparò a manovrare la gru, portava il secchio con la calce, raddrizzava i chiodi. Dopo cinque giorni, il padre chiamò Igor: “Ora andiamo a comprare il pallone”. La replica: “Ho capito la lezione, lasciamo stare”.
Igor tira i primi calci con il Sant’Ermete: centrocampista avanzato, libero di puntare la porta avversaria. Viene adocchiato e arruolato dal Rimini, con il quale debutta in prima squadra, in serie C1, contro la Spal. L’allenatore è Arrigo Sacchi, il quale mostra il pollice verso nei confronti di Protti: “Non ha il fisico ed è troppo anarchico, la sua dimensione è la C”. Il Rimini lo cede al Livorno: tre campionati di C1, nei quali arrivano i primi gol, scocca la scintilla con la città e conosce la futura moglie. “Ricordo l’esordio: allo stadio c’era la gigantografia della squadra seconda in serie A nel 1943. I tifosi mi adottarono subito. Mi chiamavano Bimbo”.
Nel 1988 il passaggio alla Virescit di Bergamo e, nel 1989, eccolo a Messina, serie B, erede designato di Totò Schillaci. Tre annate in riva allo Stretto, per un totale di 113 presenze e 35 gol. Nel 1992, il trasferimento a Bari: Igor diventa lo Zar. Due campionati in B, due in A, con la stagione 1995-96 in cui conquista il titolo di capocannoniere, firmando 24 gol, ma la squadra pugliese retrocede. “Un fatto unico, un record”, il suo commento.
Si apre una trattativa con l’Inter, ma alla fine spunta la Lazio. Igor scende a Roma. Diventa un idolo dei tifosi dopo un gol in un derby che finisce 1-1, ma con Zeman il rapporto non ingrana. “Mi chiedeva di rispettare certe linee di gioco, ma io sentivo il desiderio di essere più libero”. Quando il tecnico boemo viene sostituito da Dino Zoff, la situazione cambia: “Grande personaggio, grande umanità”. L’avventura alla Lazio dura appena una stagione. Viene ceduto al Napoli, dove si passano il testimone quattro allenatori e la squadra retrocede. C’è un breve ritorno alla Lazio e la cessione alla Reggiana, di nuovo serie B: “Alla Lazio c’era la fila in attacco. Troppi campioni”. Nella città del tricolore un’annata e subito via, per tornare alla casella di partenza: il Livorno, prigioniero della serie C.
Igor ha ormai 32 anni, ma dentro di sé avverte il sacro furore che trascina lui e la squadra. L’incontro con Mazzarri (“il migliore che ho avuto, il modulo di gioco era in funzione mia e di Lucarelli, con Walter la mia carriera è rinata”) rilancia Protti. Due titoli di re dei bomber della serie C (nel 2001 con 20 gol e nel 2002 con 27), la promozione in B e un altro titolo di capocannoniere, il quarto della collezione personale (2003, 23 gol). Nel 2004, l’apoteosi: la promozione che riporta il Livorno in A dopo 55 anni.
Protti e Lucarelli furoreggiano anche nello storico campionato del ritorno tra i grandi: 30 gol in coppia, 24 Cristiano e 6 Igor. All’esordio in casa, in tribuna si presenta il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Stringe la mano a Igor e si congratula. “Una grande emozione”, racconterà il giocatore. A fine stagione, Protti annuncia l’addio al calcio: viaggia verso i 38 anni, può bastare. Il Livorno ritira la sua maglia, la numero 10, quella dei grandi. Le statistiche dicono che Igor ha giocato 669 gare e segnato 257 gol, media 0,30 a partita. Non male per un attaccante stroncato in gioventù da Sacchi.
Il post carriera scivola tra attività imprenditoriali nel turismo, il ruolo di dirigente a Livorno e una breve escursione, nel 2010, nel beach soccer. In una splendida intervista pubblicata da Fanpage del maggio 2024, Igor spiega: “Oggi il calcio è diventato un po’ più uno sport individuale all’interno del gruppo, mentre prima era uno sport di gruppo. I calciatori guadagnano molto di più, ma noi abbiamo visto un calcio più bello perché, quando venivi all’interno dello spogliatoio, ti sentivi parte integrante di un gruppo, di una città, di una storia, di una società, di una tifoseria”.
Il 5 luglio 2025, sul suo profilo Instagram, Protti annuncia che gli è stata diagnosticata una neoplasia maligna e che avrebbe subito iniziato le cure. Nonostante un intervento chirurgico e otto cicli di chemioterapia, a settembre comunica il peggioramento della malattia, che ha raggiunto le vertebre. Igor torna allo stadio. Ha il volto provato, viene omaggiato dai tifosi e si commuove: sono momenti di profonde emozioni. In occasione del Capodanno 2026, si fa nuovamente sentire attraverso i social: “Il 2025 è stato un anno orribile. Al 2026 chiedo, se non di guarire, che mi venga almeno concessa una tregua”.
A febbraio viene annunciato “Igor, l’eroe romantico del calcio”, il docufilm sulla sua storia, prodotto da Luca Dal Canto. L’opera ripercorre la carriera di Protti fino al suo addio al calcio, il 22 maggio 2005, con filmati di repertorio e le voci di diversi personaggi: Walter Mazzarri, Cristiano Lucarelli, Fabio Galante, Giorgio Chiellini, Giuseppe Signori, giornalisti e sociologi. Perché poi questo è stato Igor: un personaggio vero, uno degli ultimi romantici del calcio.
L'articolo Morto Igor Protti, lo zar del gol che ha portato in paradiso Bari e Livorno proviene da Il Fatto Quotidiano.




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