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Per anni, guardando il Giappone, ci si è aspettati sempre la stessa cosa: tecnica, ritmo, palleggio corto, pressing feroce, giocatori leggeri e rapidissimi capaci di scappare tra le linee. Tutto vero, ma non basta più. La novità è che adesso il Giappone vince anche dove, secondo il luogo comune, avrebbe dovuto soffrire: in cielo. La nazionale che siamo abituati a immaginare palla a terra ha scoperto un piano superiore del gioco, e lo sta usando meglio di tutti in Asia. Nelle qualificazioni AFC ha segnato 12 gol di testa, più di qualsiasi altra squadra. Non solo: nelle qualificazioni il Giappone ha anche crossato tantissimo: 225 cross su azione, secondi solo al Qatar (265) ma, come sottolinea Opta, i Samurai Blu hanno mantenuto la percentuale più alta di cross su azione riusciti (tra le squadre con più di 15 partite) con il 25,3%.Un dato che non racconta soltanto un dettaglio tattico, ma è la fotografia di un vero e proprio cambio di identità: il Giappone non è più solo la squadra che ti gira intorno. È anche quella che ti salta sopra.
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Il volto di questa nuova dimensione è Koki Ogawa, centravanti del NEC Nijmegen: 1,86, presenza discreta, istinto feroce. In qualificazione ha segnato cinque volte di testa in appena 314 minuti: quasi un gol aereo ogni ora. È un numero che sembra fatto apposta per smentire uno stereotipo. Lo si è visto anche contro l’Olanda a questi Mondiali: Giappone sotto due volte, minuto 87, corner di Junya Ito, Ogawa attacca l’area e colpisce. La deviazione di Kamada gli toglie ufficialmente il gol, non il merito. Dopo la partita gongola: “Sembra che non sia mio, ma che sia mio o di Daichi, è un punto preso da tutti”. E aggiunge la frase che spiega il peso del momento: “Perdere o tornare a casa con un punto cambia completamente la storia”.
Ogawa parla così perché conosce bene le storie che cambiano. Da ragazzo era indicato come uno degli attaccanti del futuro. Poi, al Mondiale Under 20 del 2017, arrivò il terribile infortunio al ginocchio: crociato anteriore e menisco. Rientrò, ma senza la linearità promessa ai predestinati. Jubilo Iwata, poca continuità, il prestito al Mito HollyHock, poi la rinascita vera allo Yokohama FC: 26 gol in J2 nel 2022, capocannoniere, MVP, promozione. Da lì l’Olanda, prima in prestito e poi con un contratto fino al 2027. Non è solo la storia di un centravanti che segna. È la storia di uno che ha dovuto ricostruire il proprio modo di stare al mondo, di abitare l’area di rigore. “Non mi sono mai considerato un’élite”, disse anni fa. E ancora: “Un attaccante può cambiare la prospettiva con un solo gol”. Oggi quella frase sembra scritta per lui. Perché Ogawa non è il talento più abbagliante del Giappone. Non ha la fantasia di Kubo, né lo spunto di Minamino, né la popolarità di Mitoma, tra le grandi assenze di questa spedizione nipponica. Però possiede una virtù antica: spesso si trova al posto giusto nel momento giusto.
Il ct Hajime Moriyasu, dopo il 2-2 con l’Olanda, ha parlato di “un punto che vale più di un punto” e di una squadra rimasta unita fino alla fine. Dentro quella resistenza c’è anche la nuova grammatica strategica del Giappone: non più soltanto una nazionale che ti fa correre dietro al pallone, ma una che ti costringe anche a guardare in alto. Oggi, dopo aver battuto nell’ultimo anno giganti come Brasile e Inghilterra oltre ad aver messo in riga Spagna e Germania all’ultimo Mondiale, il Giappone è una squadra in grado di far paura a tutti. E di questa rivoluzione Moriyasu, al timone dal 2018, ne è perfettamente consapevole. “Fino ad ora, ogni volta che giocavamo contro una squadra campione del mondo, ci si aspettava che perdessimo“, ha detto il commissario tecnico ai giornalisti a marzo. “C’era la consapevolezza che, anche in caso di sconfitta, avremmo dato il massimo e lottato con coraggio. Ora nessuno sa se vinceremo o perderemo. Detto questo, penso che sia giusto per noi porci come obiettivo la vittoria della Coppa del Mondo“, ha aggiunto, forse esagerando un po’.
Ma la sostanza non cambia. Il vecchio luogo comune era comodo: i giapponesi piccoli, tecnici, ordinati. Il nuovo Giappone è più scomodo. Ti porta fuori posizione, poi ti può colpire anche dall’alto. E quando il pallone scende, spesso c’è Ogawa. Mortifero, puntuale, letale. Quasi ad ogni ora.
L'articolo Mondiali, il Giappone è basso ma non lo sa: i numeri che spiegano perché ora fa paura a tutti, anche in cielo proviene da Il Fatto Quotidiano.




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