Lo stile del senatore Usa Ossoff è elegante e misurato: il confronto coi nostri politici è imbarazzante

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Jon Ossoff è stato il primo senatore millennial. Georgiano, ebreo, democratico, è diventato ‘virale’ grazie al confirmation hearing di Jay Clayton, nominato da Trump a capo della Us Intelligence Community, istituzione che comprende diciotto agenzie tra cui la Cia e l’Fbi. In quell’audizione, Ossoff ha inchiodato Clayton (poi comunque confermato per il ruolo di direttore) chiedendogli più volte chi avesse vinto le presidenziali del 2020. Clayton si è rifiutato di rispondere per non dire che Biden aveva battuto Trump.

Ma il punto non è l’audizione di Clayton, né il ruolo di Ossoff, che è stato riconfermato nelle elezioni di midterm in un collegio difficile ma di cui già si parla come nuova speranza democratica per le presidenziali del 2028. Né sono le sue posizioni politiche, liberal e non certo radicali. Il punto è lo stile. Ossoff è elegante, misurato, abito scuro, cravatta, un taglio di capelli ‘anonimo’, il suo eloquio è potente, sobrio, chiaro. La sua retorica, la sua gravitas, la sua solennità ricordano i migliori oratori statunitensi. Ricordano un certo senatore dell’Illinois che nel 2007, a 45 anni, si candidò a presidente degli Stati Uniti. Anche Barack Obama, infatti, ha quello stile. E non è un caso, anche perché negli Stati Uniti il debate si studia a scuola (mio figlio, che ha trascorso con me un periodo negli States frequentando la elementary school di Chicago, aveva tra le materie a scelta proprio ‘dibattito’).

Non voglio generalizzare, la comunicazione politica statunitense non è solo Ossoff, ma se facciamo un paragone con l’Italia, il risultato è impietoso e devastante. Ossoff ha quasi dieci anni in meno di Calenda, Renzi, Salvini, quasi venti meno di Vannacci. Eppure sembra il loro nonno, e non lo dico in termini denigratori: parla meglio, è più chiaro. I nostri politici, spesso preda di un narcisismo infantilistico e autori della riduzione del discorso pubblico ai livelli da Asilo Mariuccia, non fanno che sfidarsi a colpi di panzane, sfottò, provocazioni. Non sanno parlare, sono esageratamente colloquiali, vernacolari, non rispettano la solennità del ruolo attraverso la solennità dell’eloquio. Non sanno niente di retorica, non sanno come si parla in pubblico, il loro stile è tuttalpiù quello del ‘mattatore’ (quando va bene), del ‘gran simpatico’, dell’italiano un po’ guascone, ammiccante, strafottente.

Senti parlare Ossoff o Obama e pensi a Cicerone, a Shakespeare; senti parlare i politici italiani e pensi alla versione Temu del Bruno Cortona del Sorpasso o, per qualche ministro, a Chance, il giardiniere di Oltre il giardino. Gira da un paio d’anni un video del conduttore e comico statunitense Jon Stewart mentre risponde a chi gli chiede se ci siano temi off limits per la comicità. Stewart risponde di no, ma che è ancora in attesa che qualcuno faccia la stessa domanda ai politici. Cito questa clip perché la tragedia è che i politici hanno lo stile dei comici, e la domanda aggiornata da fare a Stewart sarebbe: qual è il limite tra il politico e il comico?

In Italia, quel limite lo ha sgretolato Beppe Grillo diversi anni fa. Ma Grillo è un comico vero, che peraltro non ha mai fatto ‘direttamente’ (si può discutere di questa affermazione, certo) politica. Il suo stile ha ‘contaminato’ la comunicazione politica italiana? Può darsi, ma i social – per prendere in prestito, modificandola, la tesi di Umberto Eco – hanno dato la parola a eserciti di politici che non hanno più bisogno del microfono del giornalista. Fanno tutto da soli, e nessun amico o familiare che gli dica “ma ti sembra il caso?”. Parlamentari che vanno a cavallo alla pompa di benzina, ministri che imitano Renato Pozzetto, segretari di partito che si sfidano a maratone, mezze maratone, candidati che chiamano cornuti gli avversari o che autoproducono video con l’AI immortalandosi come supereroi.

Potrei continuare, ma non voglio sembrare il Berlinguer preso in giro da Rino Gaetano (“Il nostro è un partito serio”). Quel che vorrei è un programma minimo: che finisse questo eterno, caricaturale liceo (ché al liceo ai ragazzi queste cose non gliele vedo fare). Ossoff è cresciuto nel mito della retorica obamiana. I nostri politici hanno un’enorme responsabilità nel formare le nuove generazioni che prenderanno il loro posto.

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