Le terre rare entrano in manovra. La strategia italiana passa da Porto Marghera

1 hour_ago 1
ARTICLE AD BOX

Una settimana fa l’Italia e gli Stati Uniti hanno ufficialmente inaugurato una nuova era degli approvvigionamenti di materiali critici, per mezzo di quel memorandum siglato a Washington dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che dà seguito concreto alla cosiddetta pax silica, quella strategia che permetterà allo Stivale e con esso un pezzo di Occidente, di fare a meno delle forniture cinesi di terre rare. Non un accordo commerciale con investimenti già stanziati, non un elenco di progetti finanziati né cifre di investimento concordate, certo. Ma una cornice di cooperazione che apre la strada a opere future, che saranno definite in concreto proprio dal gruppo di lavoro bilaterale appena costituito. E, soprattutto, un consolidamento geopolitico dell’asse Roma-Washington.

Collateralmente, però, l’Italia punta a creare un proprio bacino di provvista. Un bacino che oggi risponde al nome di Porto Marghera. Il governo italiano, infatti, ha da tempo ben chiara in testa la traiettoria da seguire: sviluppare un’infrastruttura europea dedicata alle materie prime critiche, così che l’Ue possa svincolarsi dalle sue dipendenze pericolose con Paesi terzi. E farla in Veneto. Un’ambizione, quella italiana esplicitata più volte dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. E che adesso si fa ancora più concreta. Nel corso del suo intervento al terzo simposio dell’Osservatorio italiano sulle materie prime critiche, infatti, il titolare del Mimit ha annunciato come il sito di stoccaggio di Porto Marghera entrerà nel decreto Imprese (previsto per ottobre 2026 e incentrato su semplificazioni, transizione green e intelligenza artificiale applicata all’industria) e, “in modo più compiuto”, nella legge di Bilancio.

Attenzione, si tratta di un passo in avanti non banale. Perché significa che il dossier degli approvvigionamenti di materiali critici entrerà a tutti gli effetti nel bilancio nazionale. Il provvedimento, “che sta prendendo forma”, ha spiegato Urso, al punto di essere portato in Consiglio dei ministri nelle prossime settimane. Per Urso il progetto è “assolutamente necessario per consentire all’Italia di contribuire all’autonomia strategica europea” e per ridurre “progressivamente” la dipendenza dall’estero. L’obiettivo è che l’Italia diventi “il polo europeo all’avanguardia nel mondo per il riciclo delle materie critiche”. Il piano, ha aggiunto il ministro, prevede di collegare Marghera “con gli impianti di Chieti e Ravenna e con la piattaforma logistica di Quadrante Europa”, lavorando insieme a un sito nel Nord Europa “per costruire un modello continentale che ci consenta di ridurre la dipendenza dall’estero e di avere depositi di stoccaggio per far fronte a eventuali shock produttivi”.

Tutto comunque perfettamente in linea con l’aria che tira a Bruxelles. L’Unione europea sta da tempo valutando la creazione di hub e siti di stoccaggio strategico per le materie prime critiche in virtù delle iniziative collegate al Critical Raw Materials Act, un regolamento comunitario entrato ufficialmente in vigore a maggio 2024. Le norme puntano a garantire all’Europa un approvvigionamento sicuro di materie prime critiche (come litio, cobalto, nichel e terre rare), fondamentali soprattutto per la transizione verde. Attualmente, l’Unione dipende fortemente dalle importazioni da Paesi terzi, in particolare la Cina. E non è certo un caso che nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen abbia chiarito come “l’Unione europea si sta preparando a istituire una Corporation europea per le materie prime critiche. La sua creazione ha lo scopo di ridurre la dipendenza dell’industria europea dalle forniture provenienti da paesi terzi e di rendere le catene di approvvigionamento più resilienti”. L’Italia è sintonizzata.

read-entire-article