Le donne che riscrivono la mappa del potere Usa

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Elezioni all’insegna della diversità e dell’inclusione, per le più attese e appassionanti consultazioni americane di metà mandato, nel passato spesso considerate questione interna. E non è la prima volta che, dopo il voto, un presidente statunitense si ritrova un Congresso di opposizione. Questa volta guerre, carovita e inflazione, dazi e aumento del prezzo del carburante, politiche migratorie e ambientali e diritti in bilico erano il difficile scenario in cui correvano i candidati per i 435 seggi della Camera, oltre un terzo del Senato e 36 governatorati. Afflusso da record, per un esito che ha travolto in maniera decisiva la coalizione repubblicana, in un clima percepito come un referendum sulla figura del presidente in carica per altri due anni, che ha lanciato il messaggio pre-elettorale davanti alle vasche della Reflecting Pool appena restaurate.

Mentre il mondo guarda con ansia alla frammentazione degli equilibri globali, all’incertezza e imprevedibilità degli eventi e agli sviluppi delle questioni internazionali, gli osservatori si interrogano sulle possibili conseguenze dell’esito elettorale e su cosa accadrà quando, a gennaio 2027, si insedierà il nuovo Congresso a maggioranza democratica. È già iniziato lo scambio di accuse interne per la sconfitta e il popolo Maga appare deluso dopo i copiosi investimenti elettorali, ma l’analisi forse riguarda non solo i risultati politici e qualcosa di radicale sembra emergere dalla spinta di giovani e donne nella consultazione. Secondo i sondaggi, quasi due terzi degli elettori di età inferiore ai 45 anni ha sostenuto i democratici; nella fascia di età compresa tra i 45 e i 64 anni, il 51%. E, tra le donne, il 58%.

Voto storico anche dal mondo cattolico, con Papa Leone XIV primo pontefice a partecipare a un’elezione americana. Nato a Chicago e cittadino statunitense, ha votato per corrispondenza in Illinois. Una scelta dettata dal normale diritto-dovere di esercitare il voto, ma senza precedenti nella storia. Un comportamento peraltro coerente “con la responsabilità di un’autentica partecipazione” alla vita della comunità “assumendo responsabilità reali perché il bene comune si traduca in scelte condivise”, come ribadito nell’enciclica Magnifica humanitas. La rappresentanza femminile in campo ha fatto la differenza in maniera coesa. Le donne non sono soltanto il gruppo demografico più numeroso negli Usa, ma anche quello che storicamente vota in misura maggiore rispetto agli uomini.

Mobilitate contro discriminazioni, violenza, arroganza, misoginia, razzismo, corruzione, per affermare e ribadire i diritti delle donne e della società, hanno unito le loro forze in una voce che racconta la possibilità di cambiamento. Nel “sogno americano” che sembra sempre più sfumare, la compagine femminile non conosce bandiera e provenienza verso nuovi orizzonti. In gara, mai tante donne. Di diversa istruzione e esperienza professionale. Tra loro, per la prima volta, native americane, afroamericane, non bianche o figlie di immigrati, anche in Stati tradizionalmente conservatori come Iowa, Kansas, Nord e Sud Carolina e Texas.

La presenza femminile 2026 dimostra acume strategico e concretezza. Punti di forza dei programmi welfare, istruzione, riduzione delle tasse sui beni di prima necessità, sostegno al settore immobiliare, sanità. La “cura della famiglia” da questione personale è pilastro della politica economica nazionale. Oltre cento donne democratiche sono state elette alla Camera, più del 60% rispetto al 2016, secondo il Democratic women’s caucus, il gruppo di lavoro parlamentare del partito democratico all’interno della Camera dei Rappresentanti del Congresso. “I milioni di donne che si sono presentate ai seggi hanno votato per un futuro migliore per tutte le donne e le bambine”, ha affermato la senatrice Teresa Leger Fernandez.

In alcuni casi, la corsa ha visto in gara due donne. In Minnesota, su Michele Tafoya (repubblicana) prevale Penny Flanagan (democratica), prima nativa americana eletta al Senato. Darline Graham è sconfitta dalla democratica Annie Andrews, medico, prima eletta al Senato nella Carolina del sud. E, con la vittoria di Juliana Stratton contro il repubblicano Don Tracy, l’Illinois è il primo stato a essere rappresentato a Washington da due senatrici. Mentre Sharice Davids, prima eletta dichiaratamente Lgbt, nativa americana, è confermata in Kansas. Alla Camera, la candidata democratica Melat Kiros, a 29 anni, è la prima donna appartenente alla Gen Z e Joanna Mendoza, veterana dei marine e Lgbt, prevale in Arizona sul candidato repubblicano.

Risultati storici anche per le governatrici, con percorsi e sensibilità diversi. Dal 2027 le donne alla guida di uno Stato saranno il 34% (17 su 50, di cui 14 democratiche e 3 repubblicane). Secondo il Center for American Women and Politics della Rutgers University, è un trionfo. Per citarne qualcuna, rieletta governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul al secondo mandato, superando il candidato repubblicano Bruce Blakema. Una leadership a garanzia di diritti riproduttivi e sicurezza economica nell’Empire State. Vittoria di Kaisha Lance Bottom in Georgia, prima democratica in venticinque anni a occupare questa posizione e prima afroamericana in 250 anni di storia, discendente da una famiglia di schiavi nello stato del profondo sud storicamente segnato da segregazione e, poi, da lotta per i diritti civili.

Sempre sul podio democratico, Deb Haaland prima governatrice nativa americana, nel New Mexico, con padre di origini norvegesi veterano decorato dei marines. Elette Dina Hinojosa, prima donna latina in Texas dal 1995, Amy Klobuchar, prima governatrice del Minnesota, e, dopo 16 anni di governo repubblicano in Ohio, Amy Acton, che ha ricordato la sua difficile infanzia. Nelle Isole Vergini americane, la democratica Stacey Plaskett, avvocata, è la prima donna governatrice. Riconfermata Ilhan Omar, rifugiata somala e prima donna musulmana a essere eletta al Congresso degli Stati Uniti, e vittima di invettive e comportamenti discriminatori. La leadership femminile, tuttavia, non si esaurisce nell’area progressista. In Arkansas, ad esempio, vittoria per la conservatrice Sarah Huckabee Sanders, ex portavoce della Casa Bianca mentre, in Louisiana, Julia Letlow è la prima donna repubblicana eletta al Senato federale.

Sul fronte maschile non mancano, certo, i primati. Tra questi, Abdul El-Sayed, medico, primo senatore musulmano in Michigan, James Talarico in Texas, ex seminarista, 37 anni, primo democratico dopo circa 40 anni, e il pastore metodista Adam Hamilton conquista, in Kansas, un seggio per i democratici, per la prima volta dal 1932. Chris Pappas, democratico del New Hampshire, greco ortodosso, è il primo senatore apertamente gay negli Usa e Josh Turek, nello Iowa, è eletto da atleta paralimpico a deputato. E ora che succederà? La sconfitta elettorale non frena il tycoon che sembra già ignorarla parlando dalla nuova ballroom della Casa Bianca alle fan più accanite, non solo familiari e collaboratrici, alte, bionde e dal sorriso smagliante: “Non sarà solo una delle sale da ballo più grandi, ma credo che sarà la più bella di tutto il mondo”.

Le donne accettano nuove sfide ritrovando inaspettate energie. Definiscono scelte che sono, da sempre e in ogni latitudine, la loro realtà, attraverso competenza, coraggio, energia, passione e con un sentire amorevole. Hanno saputo scrivere, nella storia, valori indelebili per la società affermando principi di libertà, dignità, rispetto, pace. Rivendicano un proprio stile. Nella settimana promossa dal Parlamento europeo dedicata alla parità di genere che, quest’anno, mette al centro la leadership femminile, la presidente Roberta Metsola ha affermato: “Abbiamo bisogno di più donne in politica che prendano decisioni”. Un’assenza nei ruoli, spesso, raccontata come mancanza di competenza o di merito. Ostacoli giuridici e subdoli pregiudizi, obblighi di cura a carico, soprattutto, delle donne sono i reali steccati che determinano divari trasversali. Rimuoverli, è una questione che non riguarda solo le donne, significa promuovere un’autentica democrazia per una società migliore.

L’esito delle urne americane di metà mandato ha aperto la strada per abbattere barriere razziali, religiose e di genere. Ha ridisegnato la mappa del potere restituendo un quadro di trasformazione al femminile. Mentre montano i rischi di coinvolgimento anche per l’Europa in incerti scacchieri, le donne sono l’arma geopolitica strategica che può cambiare equilibri e definire nuovi modelli? Forse, è il momento di rivedere i parametri della “perfezione” vincente, in una prospettiva che, oggi più che mai, chiede una fisionomia etica contro il primato dei capitali, per affermare valori e sentimenti collettivi e di pace. È la speranza del cuore per guardare al futuro.

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