“La paternità mi ha sconvolto. Un figlio si fa con chi, se finisce male, non ti fa la guerra. Credo in Dio a fasi alterne ma lui crede in me. L’aldilà? Un grande concerto con i biglietti troppo costosi”: così Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari

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Credere in Dio “a fasi alterne”, sapendo però che “lui crede in me, e vivo come ci fosse un Dio“. Imparare che un figlio “non bisogna fare figli con la persona con cui pensi di stare per sempre, ma con quella con cui pensi che possa anche finire male, ma senza guerre”. E immaginare l’aldilà, con amaro cinismo, come “un grande concerto… con i biglietti troppo costosi”. A dirlo, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera è Riccardo Zanotti. Il leader dei Pinguini Tattici Nucleari ha scelto di mettere da parte la dimensione patinata del successo per restituire l’immagine di un uomo di 32 anni scavato dalla recente paternità, segnato dai traumi collettivi e ostinato nel difendere l’inclusività della provincia.

Il viaggio nei ricordi di Zanotti parte dalle cicatrici, a cominciare dalle prime delusioni infantili. Aveva “4-5 anni” quando, innamorato di una bambina di nome Alice, le regalò “la prima cosa che trovai nella dispensa a casa di nonna: una saponetta. Lei la prese male: ‘vuoi dirmi che puzzo?’ e la gettò. Un trauma“. Ma il vero trauma, quello capace di segnare la sua visione del mondo, è legato alla prima grande memoria collettiva: “Il fallimento Lehman Brothers. Papà, muratore, rimase a casa dal lavoro per un anno e mezzo”, racconta il cantante. “Vidi una persona aitante e attiva trasformarsi: passava ore sul divano, sempre più grigio, giorno dopo giorno. Lì mi sono reso conto che un evento di portata mondiale ha ripercussioni anche in un posto piccolo come la val Seriana”.

A bilanciare il pragmatismo paterno c’era la madre Cristina, insegnante elementare, che “avrebbe voluto chiamarmi Pierpaolo in omaggio a Pasolini, ma a papà, spirito pragmatico della famiglia, non piaceva. Più per ragioni estetiche che ideologiche”. È stata lei ad avviarlo alla musica, regalandogli una batteria a 4 anni per placare la sua iperattività. Un’ossessione stroncata a 9 anni: “Salii e non la trovai più. Mamma l’aveva buttata, senza preavviso, perché i vicini si lamentavano, e mi aveva preso una chitarra. Per due anni l’ho sognata tutte le notti… Un trauma che non ho dimenticato e che tiro fuori ancora alle cene di famiglia”.

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