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La chiamano la nuova Via della Seta. In realtà è uguale a quella vecchia, che ha inguaiato e nemmeno poco tanti Paesi che hanno detto sì alla Cina e ai suoi investimenti. Infrastrutture, spesso mastodontiche, che nascondevano un lato oscuro, fatto essenzialmente di debito tossico. Così il Dragone ha asservito intere economie, creando l’illusione che la Belt and road fosse un buon affare per tutti. Adesso Pechino ha deciso di riproporre lo schema, puntando a creare un nuovo blocco di Paesi più o meno indirettamente imbrigliati nella rete cinese, un po’ come ai tempi dell’Urss con le repubbliche sovietiche d’Asia.
Un report del Center for strategic and international studies (Csis) aiuta a gettare la maschera. “La Repubblica popolare cinese sembra stia nuovamente creando dipendenze infrastrutturali attraverso la Belt and road initiative, la strategia globale di Pechino per le infrastrutture e la connettività. Gli investimenti in infrastrutture energetiche e digitali in tutti e cinque i paesi dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan) presentano analogie strutturali con l’approccio della Russia ai suoi satelliti durante e dopo l’era sovietica”, è la premessa.
“Le tattiche e i metodi utilizzati oggi da Pechino sembrano essere stati aggiornati tenendo conto delle lezioni apprese dalle modalità con cui gli Stati ex sovietici si sono liberati dalle dipendenze da Mosca. Ad esempio, la Repubblica popolare cinese sembra stia attivamente integrando le proprie aziende e relazioni lungo le catene di approvvigionamento. Le nazioni dell’Asia centrale possono imparare dall’esempio degli stati post-sovietici dell’Europa orientale su come la dipendenza dalle infrastrutture possa tradursi in una leva geopolitica, nonché sulla durata e sugli sforzi necessari per liberarsi da tale dipendenza”. Una prima conclusione: la Cina vuole fare con le ex repubbliche sovietiche, quello che Mosca fece 50 anni fa, ovvero imbrigliare, controllare.
“Nel 2025”, scrive il Csis, “la Cina ha firmato accordi record per la nuova Via della seta a livello globale, per un valore di 213,5 miliardi di dollari, con un incremento del 75% rispetto al 2024. L’Asia centrale si è classificata al secondo posto tra le regioni che hanno ricevuto i maggiori investimenti dalla Repubblica popolare cinese nel 2025, con circa 25 miliardi di dollari solo nella prima metà dell’anno. Gran parte degli investimenti cinesi in Asia centrale si concentra ora su metalli e attività minerarie, non solo sull’estrazione di materie prime, ma anche sulla lavorazione e raffinazione, il che suggerisce uno sforzo deliberato per integrare catene di approvvigionamento controllate dalla Cina. Oltre ai metalli e alle attività minerarie, le aziende cinesi del settore eolico e solare hanno firmato accordi multimiliardari in Kazakistan e Uzbekistan, garantendo che le infrastrutture energetiche siano legate alla Cina in molteplici modi, tra cui tecnologia, capitali e rapporti con essa”.
Non è tutto. Il Dragone “detiene anche debiti per molti paesi dell’Asia centrale. Ad esempio, ad oggi la Cina detiene oltre un quarto del debito estero del Tagikistan, risultando il principale creditore bilaterale. Nel 2011, lo stesso Tagikistan ha ratificato un accordo che cedeva alla Cina un territorio più esteso di Singapore. Sebbene i termini precisi non siano mai stati resi pubblici, l’accordo è stato interpretato come uno scambio per ottenere una riduzione del debito”. Seconda conclusione. l’Urss, racconta la storia, si disintegrò in poco tempo, a partire dalla fine degli anni Ottanta. Alla Cina potrebbe andare meglio e questo l’Occidente farebbe bene a tenerlo a mente. “Sebbene gli investimenti infrastrutturali di Pechino rispecchino per certi versi quelli della Russia, la Cina sembra aver imparato dagli errori commessi dalle strategie di Mosca”.

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