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L’inflazione continua a correre sia negli Stati Uniti che nell’area euro, ma la Federal Reserve e la Banca centrale europea, stavolta, non toccheranno i tassi. È quanto emerge dal consensus degli analisti e dalle aspettative dei mercati, in vista delle riunioni di politica monetaria di entrambe le banche centrali, ormai alle porte. A fare l’annuncio sui tassi, questa settimana, sarà prima la Fed, mercoledì 28 ottobre alle 19 italiane. Seguirà, alle 14.15 di giovedì 29 ottobre, la Bce.
Bce al 2,50%, Fed tra 3,75% e 4%
Secondo le previsioni, la Bce lascerà i tassi sui depositi, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginali invariati, rispettivamente, al 2,50%, al 2,65% e al 2,90%, dopo la seconda stretta monetaria del 2026, che risale al 10 settembre. Per la Fed, le attese sono di tassi fermi al range 3,75%-4%, dopo il primo rialzo dal 2023 annunciato il 16 settembre.
Molto probabilmente lo stop ai rialzi dei tassi sarà motivato dalle due istituzioni con un approccio attendista, per monitorare il trend dell’inflazione, la cui corsa è stata scatenata dagli effetti della guerra Usa-Iran, in particolare dalla fiammata dei prezzi energetici.
I mercati scontano nuove strette
La pausa non implica, tuttavia, la fine dei rialzi dei tassi, come indicano le previsioni degli esperti e le aspettative dei mercati, che scontano nuove strette, in occasione delle ultime riunioni dell’anno. Nel caso della Fed è previsto un meeting per l’8 e il 9 dicembre, in quello della Bce per il 17 dicembre. Determinanti saranno dunque le dichiarazioni che il presidente della Fed, Kevin Warsh, e la numero uno della Bce, Christine Lagarde, rilasceranno nei prossimi giorni, nel corso delle conferenze stampa che seguiranno gli annunci sui tassi.
Sebbene Warsh abbia detto di essere contrario alla forward guidance, cioè alla comunicazione al pubblico e ai mercati delle intenzioni sui futuri tassi, le sue parole porteranno a confermare o a modificare le attese su quanto accadrà nell’ultima riunione dell’anno. Lo stesso accadrà con Lagarde.
Fed, il rischio di un errore
L’incertezza sulle prossime mosse rimane elevata, perché sia negli Stati Uniti che nell’area euro il costo della vita continua ad aumentare. Fattore che sta portando qualche economista a chiedersi, soprattutto guardando all’economia Usa, se Warsh non rischi di commettere un grande errore mettendo in pausa i rialzi dei tassi.
Interpellata da Reuters, la capo economista di Nationwide, Kathy Bostjancic, ha fatto notare per esempio che “i dati supportano una stretta monetaria” e ha ricordato che, dall’ultima riunione di settembre, gli indicatori hanno messo in evidenza “un’economia forte, un mercato del lavoro e consumi solidi e un’inflazione che è peggiorata, andando nel verso sbagliato”.
L’indice dei prezzi al consumo degli Stati Uniti ha accelerato a settembre, salendo del 3,7% su base annua, quasi il doppio rispetto al target della Fed, pari al 2%. Tutto a fronte di una crescita del Pil pari al 2,2% su base annualizzata nel secondo trimestre, sostenuta in parte dagli investimenti nell’IA. Crescita che, secondo le stime, si è ulteriormente rafforzata nel terzo trimestre, al 3,2%.
Di conseguenza il rischio è che la Fed, non alzando i tassi nella riunione di ottobre, risulti poco credibile nella lotta per riportare l’inflazione al target del 2%. Le imminenti elezioni di midterm del 3 novembre aggiungono un elemento di sensibilità politica alla decisione, se si considera che il presidente Trump continua a chiedere alla banca centrale di abbassare i tassi.
Bce, l’inflazione al 3,8% e i rischi per l’economia dell’area euro
Diverso il caso della Bce, alle prese con un’economia che rimane soggetta a rischi al ribasso, a fronte di un’inflazione anche in questo caso in accelerazione, scattata a settembre al 3,8% su base annua, caratterizzata invece da rischi al rialzo. Nonostante la corsa dei prezzi, proprio la presenza di rischi al ribasso per il Pil dell’area euro avalla in qualche modo lo status quo sui tassi.
Tra l’altro, il sondaggio pubblicato lunedì 26 ottobre dalla stessa Banca centrale europea ha evidenziato le difficoltà delle aziende dell’area euro nell’ottenere credito dalle banche, mentre sono già penalizzate dal caro petrolio e dall’aumento dei costi. Un ulteriore rialzo dei tassi rischierebbe quindi di aggravare le condizioni di finanziamento di imprese e famiglie.
È anche per questo che i mercati prevedono una Bce ferma sui tassi a ottobre: una scelta che, tuttavia, non escluderebbe nuove strette a dicembre, qualora le pressioni inflazionistiche dovessero confermarsi persistenti. Così è anche, e forse ancora di più, per la Fed.
L’articolo L’inflazione continua a correre, ma Fed e Bce dovrebbero lasciare fermi i tassi è tratto da Forbes Italia.





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