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Le imprese italiane accelerano sull’intelligenza artificiale, ma il passaggio dalla sperimentazione all’integrazione nei processi aziendali resta una sfida. Secondo una ricerca di Sap e Oxford Economics, il ritorno sugli investimenti nell’IA atteso dalle aziende italiane è del 20% nel 2026, con una previsione del 38% nei prossimi due anni.
Il tema è stato al centro del Sap Now AI Tour Milan 2026, che si è svolto il 14 ottobre a Milano, con un focus sull’Autonomous Enterprise, un modello in cui dati, applicazioni e IA lavorano insieme per rendere più efficienti i processi aziendali.
Carla Masperi, amministratore delegato di Sap Italia, racconta a Forbes Italia a che punto sono le imprese italiane, quali opportunità offre l’intelligenza artificiale agentica e come cambierà il lavoro.
A che punto sono oggi le imprese italiane nell’adozione dell’intelligenza artificiale e quali ostacoli stanno incontrando?
Credo che le aziende italiane oggi siano a un buon punto, nel senso che hanno certamente avviato molte sperimentazioni e numerosi progetti pilota, che si sono forse concentrati maggiormente sul concetto di produttività individuale, su ciò che l’IA può fare per migliorarla, e ancora poco sull’intelligenza artificiale applicata ai processi aziendali. C’è moltissima attenzione e curiosità, a testimonianza del forte interesse che oggi esiste verso le potenzialità di questa tecnologia.
Abbiamo appena condotto uno studio con Oxford Economics, su un campione che comprende 200 aziende italiane, dal quale emerge che le imprese prevedono un ritorno sugli investimenti nell’IA del 20% entro quest’anno, percentuale che sale al 38% nei prossimi due anni. Questo significa che esiste una consapevolezza, ma occorre sempre tenere presente, ed è il messaggio che condividiamo con i nostri clienti e potenziali clienti, che l’IA da sola, senza una base dati, senza i processi di business e senza una governance, non può avere le caratteristiche necessarie per scalare davvero a livello enterprise e portare quindi i benefici attesi.
In quali aree aziendali l’intelligenza artificiale sta già generando i risultati più concreti?
Partirei dalla nostra esperienza come Sap. Ci definiamo Customer Zero: abbiamo adottato l’intelligenza artificiale nei processi di finance, procurement e in altri processi di back office e abbiamo già riscontrato un vantaggio di circa il 20%. Questa è la base da cui tutte le aziende partono e sulla quale si misurano, perché ovviamente l’IA offre un enorme contributo al recupero di produttività individuale e di processo nel lavoro dei colletti bianchi. Tutta questa sfera è quindi molto interessante per l’intelligenza artificiale.
La sfera più industriale lo è meno, perché ha già attraversato una fase di automazione. Molti aspetti legati all’automazione e al recupero di produttività sono quindi già stati affrontati nei processi che coinvolgono i colletti blu, ma questo non significa che l’IA non interesserà anche questi ambiti.
Vedo quindi grandi opportunità nel concetto di Autonomous Enterprise: quando l’IA presenta queste tre caratteristiche, ovvero dati, governance e processi, riesce davvero a entrare nel business. A quel punto, l’agente IA non è qualcosa di separato dall’attività aziendale, ma diventa parte integrante dei processi e cambia concretamente il modo di lavorare.
Quanto siamo vicini a imprese in cui gli agenti IA potranno gestire autonomamente interi processi e come potremo gestire gli eventuali errori?
Siamo vicini, perché il concetto di Autonomous Enterprise è proprio questo. Qualche anno fa parlavamo di Intelligent Enterprise, quindi degli strumenti messi a disposizione dall’intelligenza artificiale, che comunque non è una tecnologia nuova, ma qualcosa che utilizziamo da moltissimo tempo. Oggi introduciamo il concetto di Autonomous Enterprise per indicare che gli agenti possono realmente farsi carico di parti dei processi aziendali.
Che cosa ci distingue dagli altri? La governance, quindi la capacità di rendere tracciabile ogni risultato che deriva da un’operazione, anche quando questa comprende sia interventi degli agenti IA sia interventi umani. Tutto rimane tracciabile e, al verificarsi di un evento particolare, ho sempre la possibilità di capire se c’è stato un errore, dove si è verificato e come fare in modo che non si ripeta.
È quindi molto importante questa terza componente: non soltanto l’IA applicata ai processi, ma anche strumenti di governance che permettano di gestirla all’interno di un contesto sicuro e affidabile.
Qual è il ruolo della responsabilità in questo contesto? Considerando la presenza sia dell’intervento umano sia dell’autonomia degli agenti, la responsabilità ricade comunque sul controllo umano?
Dipende. Chiaramente l’essere umano ha sempre la possibilità di intervenire. Il livello di autonomia viene deciso dall’azienda in base al processo e anche alla capacità delle persone di utilizzare questi strumenti. È comunque una macchina che occorre imparare a guidare.
La tracciabilità è un elemento molto importante, perché permette di capire dove si è originato l’errore. Poi, come gestirlo, chi ne sia responsabile e quali azioni intraprendere sono questioni che dipendono dalle politiche aziendali.
Dietro gli aspetti di tracciabilità, sicurezza dei dati, accesso alle informazioni e qualificazione esiste inoltre tutto un tema di certificazione. Per esempio, le nostre soluzioni e i nostri workload sono certificati secondo standard Iso (Iso 42001 AI management system, Iso 27001 Security Management System; Iso 9001 Quality Management System), che riguardano anche l’implementazione responsabile ed etica dell’intelligenza artificiale, nel rispetto delle normative e dello stato dell’arte.
Disporre di questo insieme di certificazioni aiuta ad avere una base che dovrebbe evitare gli errori più grossolani. Non bisogna però sottovalutare l’importanza della formazione.
A questo proposito, come cambieranno le competenze richieste ai lavoratori con la diffusione dell’intelligenza artificiale agentica?
Saranno privilegiate tutte quelle attività legate al decision making. Quando arriverà il momento in cui gli agenti svolgeranno moltissime attività operative, l’essere umano sarà necessario per mantenere il controllo e avere una visione più ampia dell’intero processo, anche attraverso sistemi di governance.
Il lavoro umano dovrebbe concentrarsi maggiormente sugli aspetti creativi, sulle attività più sofisticate di elaborazione e sui processi decisionali, perché tutto il lavoro di raccolta delle informazioni e di analisi dovrebbe essere svolto, interamente o in parte, dai sistemi agentici.
Qual è il bilancio del 2026 per Sap rispetto al 2025? Come sta andando l’azienda?
Posso dire che c’è un enorme interesse verso queste tematiche e quindi moltissima curiosità e voglia, anche da parte dei clienti, di tradurre questa visione in qualcosa di più concreto. Le nostre performance e i nostri numeri beneficiano di questo interesse.
Se guardiamo al quadro generale, è evidente che osserviamo il futuro in maniera molto positiva, perché riteniamo di avere una visione, ma anche la possibilità di renderla concreta in un modo che ci distingue dagli altri.
I risultati di Sap nel terzo trimestre 2026
L’interesse crescente delle imprese per le soluzioni cloud e l’intelligenza artificiale trova riscontro anche nei risultati finanziari del gruppo. Secondo i dati pubblicati da Sap il 21 ottobre 2026, nel terzo trimestre i ricavi complessivi sono aumentati del 13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, superando per la prima volta i 10 miliardi di euro. I ricavi cloud sono cresciuti del 26%, mentre quelli della Cloud Erp Suite hanno registrato un incremento del 29%. Il portafoglio ordini cloud corrente ha raggiunto 24,1 miliardi di euro, in aumento del 28%. In crescita anche l’utile operativo, salito del 18% secondo i principi contabili Ifrs. Risultati che, secondo il gruppo, confermano la crescente adozione della strategia Autonomous Enterprise da parte dei clienti.
L’articolo Intelligenza artificiale, Carla Masperi, ad di Sap Italia, spiega come cambieranno imprese e lavoro è tratto da Forbes Italia.





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