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L’Europa deve rafforzare la propria capacità di decidere e agire mentre la guerra in Ucraina è ancora in corso. Attendere la conclusione del conflitto significherebbe lasciare che il futuro assetto della sicurezza continentale venga definito prima che gli europei dispongano degli strumenti necessari per avere voce in capitolo. Il sostegno a Kyiv e la costruzione di una maggiore autonomia europea appartengono, quindi, allo stesso processo di ridefinizione della sicurezza continentale.
Il protrarsi della guerra ha mostrato la determinazione del Cremlino a sostenere costi umani, economici e politici elevati. Ciò impone di riconoscere che Mosca attribuisce al risultato strategico un valore tale da giustificare sacrifici che, dall’esterno, potrebbero apparire sproporzionati. La valutazione occidentale deve tenerne conto, evitando di presumere che costi elevati inducano automaticamente Mosca a moderare la propria azione militare. Gli Stati Uniti e i Paesi europei hanno alternato cooperazione, sanzioni, sostegno militare e iniziative negoziali, con priorità che, dopo una fase di maggiore convergenza, hanno mostrato crescenti divergenze. La vulnerabilità occidentale nasce quando questi strumenti cambiano senza un obiettivo comune chiaro e condiviso. Questa discontinuità può alimentare nel Cremlino l’aspettativa che la determinazione occidentale si indebolisca nel tempo, offrendo a Mosca un incentivo a prolungare il confronto. La lezione dell’esperienza tedesca, dall’Ostpolitik ai progetti Nord Stream 1 e 2, riguarda proprio il rapporto fra interdipendenza e sicurezza.
Il commercio può creare interessi favorevoli alla stabilità, ma il suo effetto dipende dal peso che ciascuna parte attribuisce agli obiettivi politici. Durante la Guerra fredda, l’apertura verso Est si sviluppò entro un quadro di deterrenza alleata. Il rapporto Harmel della Nato aveva già associato difesa adeguata e distensione. Affidare all’interdipendenza il compito di contenere da sola la competizione strategica significava attendersi un risultato che essa non poteva e non può garantire. Anche le strategie seguite dalle diverse amministrazioni americane richiedono un esame attento. Obama cercò la cooperazione con Mosca attraverso il reset. Dopo l’annessione della Crimea, in violazione dei principi di sovranità e integrità territoriale sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, privilegiò la pressione economica e diplomatica, mantenendo l’assistenza militare a Kyiv sul piano non letale. Nel primo mandato di Trump furono autorizzati i Javelin all’Ucraina e venne approvata la legislazione contro Nord Stream 2.
Biden ampliò profondamente il sostegno militare dopo l’invasione del 2022, pur avendo concesso nel 2021 una deroga alle sanzioni sulla società del gasdotto, poi revocata. Le recenti aperture commerciali verso Mosca vanno dunque valutate all’interno di una politica americana che ha conosciuto convergenze, svolte e contraddizioni. Per gli europei, la questione decisiva è quanto possano fare affidamento sulla continuità dell’impegno americano. Washington può modificare il peso attribuito al teatro europeo e le condizioni del proprio coinvolgimento. L’Europa deve invece convivere con gli effetti territoriali, militari ed economici di un eventuale accordo e con le conseguenze di una sua violazione. Questa differenza di esposizione richiede una capacità europea di formulare e sostenere le proprie condizioni. Il precedente di Bucarest del 2008 conserva, sotto questo profilo, una lezione.
La Nato dichiarò che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri dell’Alleanza, ma le riserve di Francia e Germania contribuirono a impedirne l’immediata ammissione al Membership action plan. Ne risultò una promessa politica di futura adesione, mentre Ucraina e Georgia restavano prive delle garanzie di difesa collettiva dell’Alleanza. Nell’agosto dello stesso anno scoppiò la guerra russo-georgiana, al termine della quale Mosca riconobbe l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, consolidando il proprio controllo militare sui due territori. La sequenza mostra quanto possa essere rischioso assumere impegni politici senza predisporre le condizioni necessarie per sostenerli. Oggi l’Europa rimane inserita nella Nato e continua a beneficiare di capacità americane essenziali, ma le valutazioni del Parlamento europeo segnalano l’incertezza sugli impegni di Washington e la dipendenza europea da capacità di intelligence, comando, trasporto strategico e rifornimento in volo. Una maggiore autonomia strategica europea deve quindi essere costruita gradualmente, riducendo le dipendenze più critiche e rafforzando il contributo europeo alla sicurezza comune. L’autonomia richiede la definizione degli interessi da proteggere, delle responsabilità da condividere e delle risorse da rendere disponibili. Una capacità europea credibile deve coinvolgere anche partner come Regno Unito e Norvegia, essenziali alla sicurezza del continente. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di coordinare gli strumenti dell’Unione, le capacità nazionali e la pianificazione della Nato. La disponibilità di mezzi deve accompagnarsi alla capacità politica di concordare gli obiettivi e decidere tempestivamente come impiegarli.
Sul piano militare, la priorità è trasformare gli investimenti in forze effettivamente impiegabili. La difesa aerea e antimissile, le scorte di munizioni e le capacità di comando richiedono programmi comuni e responsabilità definite. Lo stesso vale per la mobilità e la logistica che consentono di sostenere le forze. La decisione politica sull’impiego deve poter contare su reparti pronti e su collegamenti affidabili fra le diverse componenti. La spesa acquista valore strategico quando produce questa disponibilità. Le difficoltà e i ritardi di alcuni programmi europei per i velivoli di sesta generazione e i nuovi mezzi corazzati non sono incoraggianti: mostrano quanto sia ancora difficile tradurre gli accordi politici e industriali in capacità comuni disponibili nei tempi richiesti.
Una domanda frammentata fra programmi nazionali simili può assorbire maggiori risorse senza colmare le carenze più urgenti, riproducendo le inefficienze già presenti nella difesa europea. Le iniziative europee per la prontezza al 2030 e gli acquisti congiunti offrono strumenti utili, ma il loro risultato dovrà essere misurato sulle capacità effettivamente rese operative, sui tempi necessari per renderle disponibili e sulla possibilità di sostenerne l’impiego nel tempo.
Questa trasformazione, dagli esiti ancora incerti, richiede tempo. Le capacità americane restano indispensabili: un loro venir meno prima che l’Europa disponga di alternative operative adeguate produrrebbe un vuoto di sicurezza. Occorre quindi stabilire una sequenza realistica degli interventi, concentrando lo sforzo sulle vulnerabilità politiche, strategiche, industriali, operative e tattiche che possono impedire agli europei di agire. Il sostegno all’Ucraina offre anche un terreno concreto per integrare produzione, manutenzione e scambio di informazioni operative. L’esperienza così acquisita deve essere analizzata e trasformata in conoscenza condivisa, da incorporare nella dottrina, nell’addestramento e nella progettazione delle capacità. La sicurezza energetica appartiene alla stessa architettura. La produzione industriale e la capacità di sostenere la difesa dipendono dalla disponibilità di energia a costi compatibili con la competitività.
La riduzione delle forniture russe ha attenuato una delle vulnerabilità, ma la maggiore esposizione al mercato mondiale del gas naturale liquefatto si accompagna a una crescente dipendenza europea dal Gnl americano e a una maggiore competizione per i carichi disponibili. Diversificazione dei fornitori, interconnessioni e protezione delle infrastrutture devono quindi accompagnarsi al rafforzamento della produzione energetica europea, attraverso le fonti rinnovabili e, nei Paesi che lo adottano, il nucleare. A questo deve affiancarsi una maggiore efficienza energetica, per ridurre i consumi e il fabbisogno di importazioni. Rafforzare la difesa e la sicurezza energetica comporta impegni di spesa pluriennali e scelte che incidono sui bilanci pubblici, sulle imprese e sulle famiglie. I governi devono spiegare quali interessi intendono proteggere, rendere trasparente la distribuzione degli oneri e indicare risultati verificabili. La continuità strategica richiede un consenso sugli obiettivi capace di sostenere programmi che attraversano più legislature, mantenendo il controllo parlamentare sulle risorse impiegate e sui risultati conseguiti. La capacità di mantenere gli impegni nel tempo rafforza anche la credibilità europea al tavolo negoziale.
Gli interlocutori devono poter valutare quali impegni l’Europa sia effettivamente in grado di sostenere e quali conseguenze possa far seguire alle proprie decisioni. Il negoziato non comincia quando finisce la guerra. Le condizioni del confronto diplomatico si formano durante il conflitto, attraverso il rapporto fra resistenza, risorse disponibili e alternative credibili all’accordo. Sostenere l’Ucraina serve anche a preservare la sua possibilità di scegliere, evitando che l’esaurimento delle risorse la costringa ad accettare un accordo che ne comprometta la sicurezza futura. Gli incentivi economici offerti dagli Stati Uniti alla Russia possono contribuire a un’intesa se collegati a impegni precisi e a comportamenti verificabili. Finora, tuttavia, la disponibilità di Mosca a riprendere i colloqui non si è accompagnata all’accettazione di un cessate il fuoco generale. L’allentamento delle restrizioni dovrebbe quindi procedere per fasi, subordinando ogni concessione all’effettiva attuazione degli impegni assunti e prevedendo il ripristino delle misure in caso di violazione. La credibilità di questo approccio richiede che tanto i benefici promessi quanto le conseguenze annunciate possano essere effettivamente applicati.
Kyiv deve partecipare alle decisioni che riguardano la propria sovranità. Gli europei devono concorrere, con una posizione comune, a definire gli impegni di sicurezza che saranno chiamati a sostenere nel futuro assetto continentale. L’architettura europea della sicurezza si sta già formando attraverso le decisioni prese durante la guerra. Ogni scelta sugli aiuti, sulla produzione e sulle dipendenze esterne modifica le opzioni disponibili al tavolo negoziale. Costruire ora una capacità di azione più autonoma significa aumentare la possibilità dell’Europa di contribuire alla fine del conflitto e di sostenere nel tempo l’equilibrio che ne seguirà.

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