Il Trump day tra guerra e voto. La sfida che può dividere i repubblicani

1 hour_ago 1
ARTICLE AD BOX

Voti e bombe nell’alba americana del Trump day. Le forze aeronavali statunitensi hanno colpito nella notte sistemi radar e lanciamissili sull’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, in un’operazione che viene definita difensiva, in risposta all’impiego di missili terra-aria iraniani contro unità navali e petroliere scortate dagli Usa. Qeshm, l’isola più grande del Golfo Persico, ospita una base navale e un’installazione missilistica sotterranea dei pasdaran. Il blitz conferma che a cavallo delle elezioni di midterm Trump é pronto a scatenare, assieme al premier israeliano Netanyahu, nuovi pesanti di bombardamenti contro l’Iran, anche per tentare di “oscurare”, sostengono i commentatori politici, l’impatto della preannunciata sconfitta elettorale.

Appena iniziato il voto anticipato per le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti mostra segnali favorevoli ai democratici, con una partecipazione in crescita rispetto al 2022 e un elettorato più diversificato. Ed è quanto emerge da un’analisi della Cnn, secondo cui il vantaggio registrato prima dell’apertura dei seggi non é tuttavia decisivo: i repubblicani tendono infatti a votare maggiormente nel giorno delle elezioni e il risultato dipenderà dall’affluenza alle urne di oggi. In 28 Stati il ​​numero dei voti anticipati ha già superato quello delle precedenti elezioni di metà mandato, tra cui Texas, Michigan e le due Carolina. Netta invece la valutazione del sito d’informazioni Axios che scrive: “I democratici si preparano a un trionfo: una vittoria agevole alla Camera e, secondo la maggior parte delle previsioni, conquista anche del Senato.”

Eppure il partito democratico, ironizza Axios, il partito gode di una popolarità ancora più bassa di quella dell’odiata agenzia delle tasse statunitense. Persino il Gop, il Partito Repubblicano, ha un’immagine migliore aggiunge il sito, sottolineando che “c’è una bella differenza tra una vittoria schiacciante e un mandato politico chiaro. Confondere le due cose potrebbe indurre i Democratici a interpretare erroneamente i risultati, dimenticando il grave problema di credibilità che dovranno affrontare in vista del 2028”.

I democratici, spiega Axios nella sua analisi, hanno agito correttamente su molti fronti, preparandosi una serata potenzialmente trionfale. Hanno reclutato candidati capaci di rendere contendibili seggi al Senato in Stati a maggioranza repubblicana, che fino a poco tempo fa sembravano fuori portata. Tuttavia, sottolinea l’analisi, i sondaggi continuano a delineare un’elezione basata sulla scelta del “danno minore” o, come l’ha definita un esponente repubblicano vicino all’entourage di Donald Trump, una gara ad escludere chi é più odiato dagli elettori. Secondo questa tesi, il desiderio degli elettori di sottrarre potere a Trump é più forte di quello di conferirlo ai democratici.

I numeri confermano l’analisi di Axios: secondo un sondaggio di Nbc News condotto a ridosso del voto, solo il 29% degli elettori registrati ha un’opinione positiva del Partito Democratico, contro il 38% che esprime un giudizio favorevole sul partito repubblicano. Lo stesso sondaggio indica però un vantaggio di 7 punti per i democratici nel voto su base nazionale per il Congresso, cioé il 52% contro il 45%. Nel crogiolo ancora nebuloso del voto in corso del midterm, all’ansia e all’incertezza per le reazioni di Trump sta subentrando in sostanza anche la crescente tensione fra le due anime del Grand Old Party, il grande vecchio partito repubblicano. Quella trumpiana che include il fantasma confederale della guerra di secessione americana, e quella federalista che si rifà alle presidenze di Dwight Eisenhower, Ronald Reagan e dei due Bush, convinti fautori del primato della Costituzione degli Stati Uniti e dell’affermazione della democrazia prima ancora della potenza militare statunitense. Una tensione che potrebbe sfociare in una scissione e nella sicura perdita della Casa Bianca nel 2028.

Tra i democratici c’é la convinzione dell’ “onda blu” (il colore del partito), o addirittura di uno tsunami, stando ai sondaggisti che prevedono una loro vittoria alla Camera dei Rappresentanti, che verrà interamente rinnovata. Dal Maine all’Alaska, passando per Texas, Ohio e Kansas, tutti gli ultimi sondaggi mostrano i candidati democratici come nettamente favoriti o in testa anche per la conquista del Senato. Un esito che solo un anno fa sarebbe stato inimmaginabile, ma Trump ha fatto tutto da solo: ha scatenato la guerra contro l’Iran, progettato per sé archi di trionfo, statue e intitolazioni di monti, mari e stretti, provocato l’impennata del costo della vita senza mantenere una sola promessa di pace, ha innescato caos economico con i dazi ed inoltre é sotto attacco giudiziario prima ancora che politico per il caso Epstein e per l’arricchimento personale avvenuto dopo il suo ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025.

Gli ultimi comizi del Presidente hanno inferto il colpo di grazia ai repubblicani. Il tycoon é arrivato a sostenere infatti che sarebbe stato in grado di vincere la guerra del Vietnam in una settimana e quella in Afghanistan in pochi giorni. Affermazioni catastroficamente controproducenti perché non c’é americano che non ricordi la promessa di finire la guerra in Ucraina in 24 ore e quella con l’Iran appena subito dopo averla iniziata. Ed invece i due conflitti sono tragicamente ancora in corso. Il nome del presidente non compare sulla scheda, ma il suo futuro politico si. Ed è un’immagine riflessa che l’America sembra voler respingere. Oltre che sulle presidenziali Usa del 2028, il voto che avrà un impatto, intanto sulle elezioni spagnole di fine novembre e sulle presidenziali francesi della primavera prossima, ma anche sulle consultazioni in Italia e Polonia e sull’assetto politico in Germania, in bilico sull’avanzata neo nazista. Un impatto, per le imprevedibili reazioni di un Trump furioso per la batosta elettorale, paventato anche dall’Europa e dalla Nato.

I risultati elettorali si susseguiranno in base ai diversi fusi orari. Alcuni Stati, come Indiana, Kentucky e Texas, sono divisi tra più fusi e inizieranno a comunicare i risultati prima della chiusura di tutti i seggi sul loro territorio. La prima fase particolarmente significativa arriverà tra le 00:30 e le 02:00 italiane di domani, mercoledì, quando inizieranno ad affluire i risultati di North Carolina, Ohio, Pennsylvania, Maine, Michigan e Texas. Trump day fra guerra e voto La seconda fase inizierà alle 04:00 di domani con la chiusura dei seggi in California e negli altri Stati della costa occidentale. I risultati californiani potrebbero assumere particolare rilievo per la Camera, soprattutto qualora la maggioranza restasse in bilico dopo lo scrutinio degli Stati orientali. Negli ultimi giorni Trump ha parlato malvolentieri con la stampa, un cattivo auspicio secondo i media. Le previsioni più pessimistiche temono infatti che in base all’entità della eventuale sconfitta, il tycoon possa uscirsene con dichiarazioni clamorose e soprattutto gravi per la tenuta democratica degli Stati Uniti.

read-entire-article