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Jalen Brunson, onore al merito
Talvolta, nel basket ci sono cose che non si possono spiegare semplicemente facendo riferimento alla mera tecnica individuale o alle doti fisiche. C’è qualcosa di più, di intangibile, di invisibile, che permette a questo o quel giocatore di essere più speciale degli altri. Cosa permetteva al primo Charles Barkley, quasi 120 kg di peso per 1.95 m, di correre con quella velocità per il campo e di saltare con quello stacco da terra sulla testa di chiunque? Come faceva Allen Iverson (1.80 m) a essere quel tipo di realizzatore dentro l’area, in grado di trovare la via del canestro contro gente a cui rendeva anche 20 o 30 cm? Velocità, esplosività, fondamentali, sono elementi del puzzle. Ma non sono tutto il puzzle. Ecco, Jalen Brunson è il nuovo, clamoroso, e irripetibile per certi versi, caso di giocatore che supera i confini di ciò che è spiegabile solo con la tecnica perfetta o col fisico esplosivo. Quello che ha fatto nella serie finale lo ha definitivamente decretato. Sottovalutato fin dal suo approdo in NBA, spesso a ragione. Basso per il ruolo (188 cm). Non dotato di grande stacco da terra. Rapido, sì, ma non un velocista alla John Wall nel picco di carriera (ammesso che l’abbia mai avuto…). Un primo passo in penetrazione decente, ma non paragonabile a Kevin Johnson quando cambiava direzione sotto le gambe e si infilava senza che nemmeno il difensore lo vedesse passare. Una mano da fuori niente male, ma non la nuova versione di Reggie Miller. Un palleggio molto buono, ma di certo non paragonabile a quello di Steph Curry. Non uno che ama condividere la palla con i compagni, il playmaker dei Knicks, se vi aspettate il nuovo Jason Kidd, per dire, cambiate pure canale. Eppure, Jalen Brunson ha mandato tutti a nanna con 45 punti (4 su 7 da tre) nella gara decisiva, con una tremenda capacità di segnare in tutti quei momenti in cui la gara aveva la reale possibilità di cambiare direzione. In futuro? C’è un ingresso nella Hall of Fame, magari anche una statua. Una rivincita, per Brunson, conquistata con un sangue freddo invidiabile. Con il numero 11 sul petto, ma ormai idealmente con il Madison Square Garden nel cuore.
New York sul tetto del mondo: riflessioni
Complessivamente, la New York guidata da Pat Riley che si giocò nel 1994 la finale contro i Rockets di Olajuwon era una squadra perfino superiore a quella odierna. Patrick Ewing ne era il totem. Tra i migliori centri della lega, quando il ruolo del centro era il più importante del quintetto. Un tiro dal post alto preciso come un laser, una presenza difensiva che faceva provincia. Aiutato da Charles Oakley all’ala forte (altro ruolo molto importante all’epoca), un All Star con un fisico da culturista di Venice, gran mano dalla media, durezza sia mentale che fisica. John Starks era una guardia, pure lui, All Star, con un tiro da fuori molto preciso e che in difesa rappresentava una sfida stimolante perfino per Michael Jordan. Per non parlare di Derek Harper, Anthony Mason o Doc Rivers. Non avevano però, quei Knicks, la stessa durezza mentale di Brunson e compagni. Non avevano la capacità di rimanere compatti anche nei momenti di difficoltà, di adattarsi come un guanto al protagonismo realizzativo della propria stella, senza perdere intensità quando chi più e chi meno viene chiamato in causa. Non avevano la capacità di capire quando un tiro si può sbagliare e quando no. I Knicks del 2026 hanno tutto questo. E sono l’ulteriore dimostrazione che i super team, i Big 3, o roba simile, non hanno più senso di esistere. Servono squadre funzionali, con panchine lunghe, con voglia di sacrificarsi, di difendere, di soffrire. Con un paio di All Star sì, certo, ma capaci di giocare in simbiosi e non in quella modalità “prima tiri tu e poi tiro io” tanto cara a gente come James Harden, Devin Booker, Kyrie Irving o Kevin Durant quando avevano la stessa casacca. La NBA ha superato quell’epoca. Fortunatamente.
Gara 5 per gli Spurs: Fox, sempre peggio; Harper, il migliore
Allora, la colpa del 4-1 a favore di New York non è di Fox. Mai e poi mai. Tuttavia, da un veterano come lui ci si aspettava di più in termini di gestione della drammaticità dei momenti. C’è da giurare che San Antonio farà delle serie riflessioni sul futuro di Fox in maglia Spurs. Certi errori ripetuti iniziano a farti dubitare che tu sia davvero tagliato per stare in campo nei momenti in cui la palla scotta e ogni microscopica decisione rischia di contare nel computo totale della partita. In gara 5, il fallo su Josh Hart lanciato a canestro, che segna, va in lunetta e mantiene il possesso perché dopo revisione gli arbitri dicono “flagrant” grida vendetta. È proprio una di quelle cose gratuite, che però purtroppo possono iniziare a pesare sul curriculum di un giocatore. Soprattutto, c’è da dire, se questo stesso giocatore nella partita precedente aveva commesso altre due o tre sciocchezze di gravità estrema che hanno contato non poco. Nota positiva? C’è il rookie Dylan Harper, che deve essere stato allevato a pane e sangue freddo per come ha giocato l’ultima partita della stagione. Signore e signori, la stellina di San Antonio ha deciso di fare la partita della svolta della propria carriera proprio nel momento in cui la pressione sui giocatori è al massimo livello. Bel segno. Harper ha finito gara 5 come miglior realizzatore dei suoi (25 punti con 10 su 19 dal campo), ma soprattutto ha fisicamente bullizzato la difesa al ferro dei Knicks tutte le volte che prendeva l’iniziativa dal palleggio. Prossimo titolare? Prossimo All Star. Con Wembanyama, Castle e Harper, il futuro degli Spurs (salvo imprevisti) è in ottime mani. E anche quello della NBA.
That’s all Folks!
Alla prossima stagione.
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