Investimenti cinesi, il caso spagnolo e la fermezza dell’Ue

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Qualcuno lo ha capito, qualcun altro no. La Cina investe in Europa, con i suoi unicorni, portando posti di lavoro e magari un po’ di ricchezza. Fin qui potrebbe sembrare una buona notizia. In realtà, non lo è. E il motivo è presto spiegato, Pechino tutto quello che porta nel Vecchio continente, se lo tiene stretto per se, senza condividerlo, senza metterlo a sistema. Alla fine, insomma, il saldo diventa negativo. Vale su tutti l’ultimo esempio in ordine di tempo, quello spagnolo.

Lo stabilimento Bosch di Navarra, nel nord della Spagna, un tempo brulicava dell’energia che generava con le lavastoviglie che produceva. Oggi è deserto. L’azienda tedesca di elettrodomestici ha chiuso l’impianto lo scorso anno perché stava perdendo quote di mercato a favore delle fabbriche cinesi. Ma una nuova speranza per il sito alla periferia di Pamplona è emersa da una fonte ironica: la Cina. D’altronde, la Spagna è stata in prima linea negli sforzi per attrarre investimenti cinesi in Europa. Non è un caso che pochi giorni fa il premier iberico, Pedro Sánchez, abbia incontrato il presidente cinese Xi Jinping in Cina per la quarta volta in poco più di tre anni.

Insomma, la Spagna è convinta di aver bisogno del know-how manifatturiero ad alta tecnologia cinese per invertire la tendenza alla deindustrializzazione. Eppure, la sua crescente dipendenza dal Paese sta suscitando preoccupazione in altre parti d’Europa. La questione per Bruxelles è se accogliere gli investimenti cinesi o respingerli. Quanto visto con la messa al bando dei pannelli solari made in China, suggerirebbe un innalzamento delle barriere. In Ue sono abbastanza convinti che le fabbriche cinesi rappresentino un accumulo di rischi per l’Europa. E forse anche nel resto del mondo: nell’ultimo forum di Davos il premier canadese Mark Carney ha dichiarato che non c’è alcun vantaggio reciproco quando l’integrazione diventa fonte di subordinazione.

Adesso il dado sembra tratto, l’Europa è pronta a battere un colpo e a fare la radiografia degli investimenti cinesi nel Vecchio continente. Proprio in questi giorni verrà infatti messa a terra la direttiva made in Europa, i cui lineamenti sono già stati indicati lo scorso marzo. Obiettivo, rimettere al centro del villaggio la manifattura continentale, salvaguardandola dalle mani del Dragone. Prima della presentazione della direttiva, gli investimenti diretti esteri  cinesi in Europa avevano registrato una ripresa negli ultimi tre anni, dopo un periodo di flessione durato sette anni.

Gran parte di questi investimenti si è concentrata in settori in cui la Cina possiede tecnologie all’avanguardia di cui l’Europa ha bisogno per salvaguardare il proprio futuro industriale: energie pulite, veicoli elettrici e batterie. Anche per questo a Bruxelles hanno ritenuto opportuno intervenire. Secondo il Rhodium Group, gli investimenti in nuovi stabilimenti in Europa hanno raggiunto quasi 12 miliardi di dollari lo scorso anno, il triplo rispetto alla cifra registrata nel 2022. Adesso, forse, la Cina avrà vita più difficile. Cosa diranno in Spagna?

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