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La lettura prevalente offerta dai media occidentali del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping è riassunta efficacemente dal Financial Times: “pomp prevails over substance” (“la pompa prevale sulla sostanza”). Grande enfasi protocollare, dunque, ma risultati relativamente modesti. L’esito economico più concreto è l’estensione fino al 10 gennaio 2027 della tregua commerciale, mentre restano aperti quasi tutti i dossier più complessi: dazi, acquisti agricoli cinesi, terre rare e controlli statunitensi sulle tecnologie avanzate. Non è stato raggiunto un accordo significativo sui semiconduttori; sull’intelligenza artificiale si è arrivati soprattutto a un impegno a proseguire il dialogo sulla gestione dei rischi; né sono emerse nuove intese sostanziali su Taiwan. Il vertice ha quindi soprattutto allungato i tempi del negoziato senza sciogliere i nodi fondamentali della competizione economica. Pechino conserva la leva delle terre rare; Washington quella dei dazi e dei controlli tecnologici.
Vista da Pechino, tuttavia, la visita assume un significato quasi opposto. Il risultato principale non sarebbe tanto il deal (“accordo”), quanto il framework (“cornice strategica”) che dovrebbe governare la relazione. Xi insiste sulla formula concordata a maggio di una “relazione sino-americana costruttiva di stabilità strategica”, definita nel resoconto ufficiale cinese attraverso quattro concetti: 合作为主、竞争有度、分歧可控、和平可期 — cooperazione come orientamento prevalente, competizione entro limiti, divergenze controllabili e pace prevedibile. La formula non presuppone affatto la fine della rivalità. Xi parla anzi esplicitamente di una competizione che possa produrre benefici reciproci e lascia intendere che Stati Uniti e Cina possano continuare a competere senza trasformare ogni terreno di confronto in uno scontro a somma zero. L’obiettivo di Pechino è piuttosto ricondurre quella competizione entro confini politici condivisi e istituzionalizzarla attraverso canali economici, diplomatici, militari e, sempre più, attraverso il dialogo sull’intelligenza artificiale.
In questa prospettiva, anche la straordinaria accoglienza riservata a Xi a Washington assume un valore politico. Essa può essere incorporata nella narrativa cinese come la dimostrazione che, dopo anni di tariffe, controlli tecnologici e strategie di de-risking (“riduzione dei rischi e delle dipendenze”), gli Stati Uniti devono comunque riconoscere la Cina come un interlocutore strategico paritario, che non può essere né isolato né costretto ad accettare unilateralmente le condizioni americane.
Questa interpretazione emerge chiaramente anche nel dibattito degli studiosi cinesi. Wu Xinbo, direttore del Center for American Studies della Fudan University, ha sostenuto alla vigilia del vertice che la stabilizzazione non deriverebbe da un mutamento ideologico della politica americana, ma dall’esperienza accumulata nel confronto degli ultimi anni: Washington avrebbe compreso che la pressione unilaterale produce costi anche per gli Stati Uniti e che Pechino dispone ormai di strumenti efficaci di risposta. Wu descrive il nuovo equilibrio economico come “tit for tat” (“colpo su colpo”): se gli Stati Uniti impongono un costo, la Cina è in grado di reagire; se Washington vuole ottenere qualcosa attraverso il negoziato, deve essere pronta a offrire qualcosa in cambio. Le terre rare sono uno degli strumenti che, nella percezione cinese, hanno contribuito maggiormente a modificare questo equilibrio.
La conclusione che una parte dell’establishment cinese sembra trarne è rilevante: la stabilità non sarebbe il prodotto di una Cina costretta ad adattarsi alla pressione americana, bensì di una Washington che avrebbe progressivamente riconosciuto i limiti della propria capacità coercitiva. A questa percezione di maggiore forza si aggiunge un secondo elemento: la vulnerabilità politica interna di Trump. Lo stesso Wu Xinbo osserva che, alla vigilia delle elezioni di midterm (“metà mandato”), Trump può considerare una visita di Xi accompagnata da risultati economici visibili come un elemento capace di “aggiungergli punti” sul piano politico.
Pechino, in questa prospettiva, non ha necessariamente bisogno di offrire un unico grande accordo. Può calibrare una serie di concessioni molto visibili negli Stati Uniti ma relativamente poco costose sul piano strategico per la Cina. Maggiori acquisti di soia significano miliardi di dollari facilmente comunicabili negli Stati agricoli; nuovi ordini Boeing significano esportazioni e posti di lavoro; una maggiore disponibilità di terre rare riduce le pressioni sull’industria americana; nuove misure sui precursori del fentanyl consentono alla Casa Bianca di rivendicare un risultato immediatamente comprensibile agli elettori. Poco prima del vertice Pechino ha, non a caso, ampliato i controlli su alcuni precursori chimici e rafforzato le linee guida contro i reati collegati al fentanyl.
La logica cinese potrebbe quindi consistere nel fornire a Trump risultati misurabili sul piano economico e politico senza rinunciare alle principali leve strategiche, cercando in cambio qualcosa di più duraturo. Xi lo ha suggerito quasi esplicitamente prima ancora di arrivare a Washington, sostenendo che la “grande rinascita della nazione cinese” e il Make America Great Again (“rendere di nuovo grande l’America”) possano procedere parallelamente e persino favorirsi reciprocamente. Questo non significa che Pechino voglia determinare l’esito delle elezioni americane. Significa piuttosto che gli analisti cinesi sembrano leggere con grande attenzione il calendario politico statunitense e individuano nella necessità di Trump di produrre risultati visibili prima di novembre una fonte di leva negoziale per Xi.
Ed è qui che si arriva a Taiwan, da sempre una cartina di tornasole dei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Quando uno dei due attori è relativamente più desideroso di raggiungere un accordo con l’altra parte, la sua maggiore disponibilità al compromesso tende spesso a manifestarsi proprio sul dossier taiwanese. All’inizio degli anni Settanta, nel momento in cui Richard Nixon cercava contemporaneamente una via d’uscita dal Vietnam e un nuovo equilibrio strategico nei confronti dell’Unione Sovietica, furono gli Stati Uniti a muoversi maggiormente. Nel Comunicato di Shanghai del 1972 Washington prese atto della posizione secondo cui tutti i cinesi su entrambe le sponde dello Stretto ritenevano esistesse una sola Cina e Taiwan ne facesse parte, dichiarando di non contestare quella posizione. Gli Stati Uniti indicarono inoltre come obiettivo finale il ritiro delle proprie forze e installazioni militari da Taiwan. Nixon fece sapere ai leader cinesi di non sostenere l’indipendenza dell’isola. Non si trattava ancora del riconoscimento diplomatico della Repubblica Popolare, che sarebbe arrivato nel 1979, ma era già un cambiamento sostanziale rispetto alla precedente politica americana.
Alla fine degli anni Settanta la relazione negoziale si riequilibrò parzialmente. Gli Stati Uniti erano ormai pronti alla normalizzazione diplomatica, ma Deng Xiaoping aveva a sua volta un forte interesse a sbloccare definitivamente il rapporto con Washington proprio mentre avviava la politica di riforma e apertura. L’accesso alla tecnologia, ai capitali, agli scambi scientifici e al mercato americano era considerato essenziale per le Quattro Modernizzazioni. Washington fece concessioni enormi: riconobbe diplomaticamente la Repubblica Popolare Cinese, interruppe le relazioni ufficiali con Taipei e pose fine al trattato di mutua difesa con Taiwan. Ma anche Deng accettò risultati difficili per Pechino. La Cina tollerò la prosecuzione di rapporti economici e culturali non ufficiali fra Stati Uniti e Taiwan e procedette con la normalizzazione pur sapendo che Washington intendeva continuare a vendere armi difensive a Taipei. I documenti americani dell’epoca parlano esplicitamente di una “tacit acceptance” (“accettazione tacita”) cinese delle future arms sales(“vendite di armi”). Deng accettò inoltre che Washington continuasse a insistere sulla necessità di una soluzione pacifica della questione taiwanese; nel gennaio 1979 arrivò a sostenere che il sistema sociale di Taiwan avrebbe potuto rimanere immutato per cento, o perfino mille, anni.
Il parallelo con il presente non è perfetto, ma è suggestivo. Oggi è Xi che sembra voler verificare fino a che punto Trump sia disposto a muoversi su Taiwan in cambio della stabilizzazione del rapporto economico. E alcuni segnali sono già emersi. Un pacchetto di armi destinato a Taiwan del valore di circa 14 miliardi di dollari è rimasto fermo e Trump lo ha definito un “very good negotiating chip” (“un’ottima leva negoziale”). Dopo il vertice di maggio, Trump aveva inoltre confermato di avere discusso “in great detail” (“in grande dettaglio”) con Xi delle vendite di armi a Taiwan.
Interrogato sulla compatibilità di questo comportamento con le Six Assurances, le sei garanzie offerte dall’amministrazione Reagan a Taipei nel 1982 — tra cui l’impegno a non fissare una data per la fine delle vendite di armi, a non consultare preventivamente Pechino su tali vendite, a non modificare il Taiwan Relations Act, a non assumere un ruolo di mediazione tra Taipei e Pechino, a non modificare la propria posizione sulla sovranità di Taiwan e a non fare pressione su Taipei affinché negoziasse con la Repubblica Popolare — Trump ha risposto: “1982 is a long way away”(“il 1982 è molto lontano”). Non significa che le Six Assurances siano state formalmente abbandonate. Ma suggerisce una disponibilità presidenziale a trattare alcuni elementi della tradizionale politica americana verso Taiwan in modo più apertamente transazionale.
Il nuovo readout (“resoconto ufficiale”) cinese consente di capire con maggiore precisione cosa Xi stia cercando. Pechino non chiede semplicemente agli Stati Uniti di reiterare la tradizionale formula secondo cui Washington “does not support Taiwan independence” (“non sostiene l’indipendenza di Taiwan”). Xi auspica invece che gli Stati Uniti 坚持反对“台独”, vale a dire che “mantengano la corretta posizione di opporsi all’indipendenza di Taiwan”. La differenza è sottile ma politicamente importante. La posizione americana tradizionale combina infatti due principi: Washington non sostiene l’indipendenza di Taiwan e si oppone a qualsiasi cambiamento unilaterale dello status quoda entrambe le parti. Una dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte di Taipei sarebbe quindi già oggi contrastata dagli Stati Uniti. Ma la formula “oppose Taiwan independence” (“opporsi all’indipendenza di Taiwan”) può essere interpretata come una posizione contraria all’indipendenza in quanto possibile esito politico finale, e non soltanto contro il modo unilaterale attraverso il quale essa potrebbe essere perseguita.
È precisamente qui che potrebbe aprirsi lo spazio per una transazione. Una possibile formula intermedia potrebbe essere: “the United States opposes any unilateral declaration of Taiwan independence” (“gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi dichiarazione unilaterale d’indipendenza di Taiwan”). Washington potrebbe sostenere che, nella sostanza, nulla sarebbe cambiato, dal momento che gli Stati Uniti si sono sempre opposti alle modifiche unilaterali dello status quo. Pechino, tuttavia, potrebbe presentare l’inserimento esplicito dei termini oppose (“opporsi”) e Taiwan independence (“indipendenza di Taiwan”) come un avanzamento rispetto al tradizionale does not support (“non sostiene”).
Parallelamente, Trump potrebbe continuare formalmente a rispettare il Taiwan Relations Act e a fornire a Taipei mezzi per la propria autodifesa, ma rallentare, ridimensionare o modulare le vendite più sensibili in funzione del negoziato con Xi. Si tratterebbe di una possibile erosione operativa delle Six Assurances senza una loro formale abrogazione, soprattutto se la tempistica, la composizione o l’approvazione delle arms sales (“vendite di armi”) diventassero stabilmente oggetto di bargaining (“negoziazione transattiva”) con Pechino. È ancora uno scenario, non un accordo già raggiunto. Ma il blocco del pacchetto da 14 miliardi, la definizione delle armi come negotiating chip (“leva negoziale”) e il linguaggio utilizzato da Trump sulle garanzie del 1982 rendono questa eventualità meno teorica di quanto sarebbe apparsa soltanto pochi mesi fa.
In questo senso, il vero test della “constructive strategic stability” (“stabilità strategica costruttiva”) promossa da Xi potrebbe non essere il volume degli acquisti cinesi di soia o il numero di Boeing ordinati. Sarà capire se Pechino riuscirà a trasformare la maggiore disponibilità di Trump alla stabilizzazione economica in una maggiore cautela americana su Taiwan. Wu Xinbo sostiene già che questo processo sia iniziato e che, dopo il vertice di maggio, l’amministrazione Trump abbia gestito Taiwan con maggiore prudenza. La storia delle relazioni sino-americane suggerisce che, quando Pechino e Washington cercano di capire quale delle due parti desideri maggiormente l’accordo, Taiwan è spesso il terreno sul quale quella risposta diventa visibile per prima.

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