Il paradosso Dc: criticata per decenni, oggi rimpianta come scuola di governo. L’intervento di Merlo

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Si moltiplicano i convegni, le presentazioni di libri, le riflessioni e gli articoli sul magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale dei principali leader e statisti della Democrazia cristiana. Un fatto, questo, che non può non fare riflettere. E non solo sotto il profilo della nostalgia o del rimpianto. Ma semmai, e al contrario, sulla perdurante attualità e modernità del magistero pubblico di quegli uomini e di quelle donne che per un lungo arco di tempo hanno dato un contributo decisivo ed essenziale alla crescita e al consolidamento della nostra democrazia da un lato e all’azione di governo ispirato ai principi e ai valori costituzionali dall’altro. Oltre ad uno “stile” e ad una postura politica ed istituzionale che non hanno più avuto eguali nella storia democratica del nostro Paese.

Ora, il dato curioso è che questo magistero viene rimpianto anche e soprattutto dai principali ed incalliti detrattori dell’esperienza della Democrazia cristiana. Dalle grandi firme dei principali organi di informazione della carta stampata a molti commentatori e opinionisti, e dei talk televisivi più gettonati del nostro Paese. Detrattori che non hanno mai smesso di dipingere la Dc come un “inciampo della storia”, nella migliore delle ipotesi, se non come un partito che può essere tranquillamente paragonato ad una associazione a delinquere guidato da personaggi di dubbia moralità e votati alla alla gestione del potere.

Eppure, malgrado i giudizi che tutti conosciamo, che tutti leggiamo e che tutti ascoltiamo, si continua – di fatto – ad individuare in quella classe dirigente uomini e donne che hanno saputo garantire una cultura di governo democratica e costituzionale e, al contempo, declinando un progetto politico che ha permesso all’Italia di crescere economicamente salvaguardando la giustizia sociale nella libertà e nel rigoroso rispetto degli stessi valori costituzionali. Un fatto, questo, che porta ad una semplice conclusione. E cioè, anche gli storici e ideologici detrattori della Dc, del suo progetto politico, della sua cultura politica di riferimento e della statura e levatura della sua classe dirigente, devono prendere atto che quella concreta esperienza politica non si può banalmente e qualunquisticamente cancellare o rimuovere. E questo per la semplice ragione che la storia e le vicende politiche concrete superano ed oltrepassano i pregiudizi ideologici e le pregiudiziali personali degli intramontabili maitre a penser del nostro piccolo circuito e recinto culturale ed ideologico che dovrebbe indirizzare lo “spirito del tempo”.

Ecco perché i leader storici della Dc continuano a fare discutere e ad essere fonte di ispirazione non solo per i cattolici impegnati in politica – purtroppo sempre di meno e sempre più dispersi e frammentati – ma anche e soprattutto per i sinceri democratici che non vivono, appunto, di pregiudizi e di ridicole pregiudiziali. Da Fanfani a Moro, da Donat-Cattin a De Mita, da Andreotti a Marini, da Martinazzoli a Tina Anselmi a molti altri leader e statisti, si moltiplicano, appunto, le riflessioni e gli approfondimenti sul loro magistero e modello di comportamento pubblico e politico. E questa, forse, è la migliore eredità di quello che è stata e che ha rappresentato la Dc nella storia democratica del nostro Paese. Al di là e al di fuori delle opinioni che ognuno di noi può avere sulla Dc, sulle sue politiche, sul suo progetto e sul ruolo concreto che ha saputo declinare in quasi 50 anni di governo dell’intero Paese.

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