Il grande passaggio intergenerazionale di ricchezza e il doppio dilemma

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Stiamo entrando in una fase storica senza precedenti. Nei prossimi due decenni assisteremo al più grande trasferimento intergenerazionale di ricchezza mai registrato. Migliaia di miliardi di euro passeranno dalle generazioni nate nel secondo dopoguerra – la cosiddetta Baby Boom Generation, spesso evocata, con un tocco di irriverenza, con il termine, di boomers – ai loro figli e nipoti, attraverso eredità, donazioni e successioni. È un fenomeno che molti osservatori descrivono come una straordinaria opportunità per ridisegnare il futuro economico delle società avanzate.

Eppure questo passaggio di ricchezza avviene non senza profonde contraddizioni. Mai come oggi le generazioni più anziane si trovano nella condizione di trasferire tanto capitale finanziario a quelle più giovani, e mai come oggi il debito lasciato alle generazioni future è stato così elevato. E non si tratta soltanto del debito pubblico accumulato da molti Paesi occidentali. Esiste un debito ancora più profondo, spesso invisibile nei bilanci economici ma evidente nei sistemi naturali: il debito ambientale.

Ogni anno consumiamo risorse naturali a un ritmo superiore alla capacità del pianeta di rigenerarle. Il cosiddetto “Overshoot Day”, il giorno in cui l’umanità esaurisce il budget ecologico annuale della Terra, cade di anno in anno sempre prima. Ciò significa che stiamo utilizzando oggi capitale naturale che appartiene, di fatto, alle generazioni future. Foreste, biodiversità, qualità del suolo, riserve idriche e capacità di assorbimento delle emissioni vengono progressivamente erosi per sostenere livelli di produzione e consumo che non sono compatibili con la sostenibilità di lungo periodo.

Qui emerge il primo grande dilemma di questo momento di passaggio. È sufficiente trasferire patrimonio economico ai propri figli quando contemporaneamente si trasferisce loro un pianeta più fragile, meno resiliente e caratterizzato da rischi crescenti? In altre parole, un euro lasciato in eredità può davvero compensare la perdita di opportunità, sicurezza e aspettative che deriva dall’impoverimento del capitale naturale?

La questione non è soltanto morale. È anche economica. Le future generazioni erediteranno sì patrimoni finanziari significativi, ma dovranno impiegarne una quota crescente per adattarsi ai cambiamenti climatici, fronteggiare eventi estremi – sempre più frequenti e severi, ricostruire infrastrutture vulnerabili, proteggere ecosistemi degradati e garantire l’accesso a risorse sempre più scarse. Una parte della ricchezza trasferita rischia dunque di essere utilizzata semplicemente per riparare danni che avremmo potuto evitare.

Ma il problema non si esaurisce nel rapporto tra generazioni. Esiste un secondo dilemma, altrettanto rilevante, che rappresenta in larga misura la cifra del modello capitalistico che abbiamo costruito negli ultimi decenni: quello della disuguaglianza intragenerazionale.

Il grande trasferimento di ricchezza non sarà distribuito uniformemente. Al contrario, tutto lascia pensare che esso contribuirà ad ampliare le disuguaglianze esistenti. Chi erediterà patrimoni significativi potrà rafforzare ulteriormente la propria posizione economica, accedere più facilmente all’istruzione di qualità, investire, acquistare immobili e generare nuova ricchezza. Chi invece proviene da famiglie prive di patrimonio continuerà a dipendere esclusivamente dal proprio reddito in un contesto economico in cui il lavoro è spesso tassato più del capitale e segnato da crescente precarietà economica.

Negli ultimi quarant’anni molte economie avanzate hanno assistito a una progressiva polarizzazione sociale. Il ceto medio, che per lungo tempo ha rappresentato il pilastro della stabilità economica e democratica, si è progressivamente assottigliato. Una parte è scivolata verso condizioni di maggiore vulnerabilità economica; un’altra si è spostata verso fasce di reddito e patrimonio più elevate. Il risultato è una società sempre più segmentata, nella quale le opportunità dipendono in misura crescente dalla ricchezza familiare di partenza.

Il rischio è che il patrimonio ereditato diventi il principale determinante delle opportunità future, sostituendo progressivamente il merito, il lavoro e la mobilità sociale come motori dell’avanzamento economico. In questo scenario, il grande trasferimento intergenerazionale potrebbe trasformarsi non in un fattore di riequilibrio, ma in un potente meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze.

I due dilemmi – quello intergenerazionale e quello intragenerazionale – sono strettamente collegati. Da un lato stiamo trasferendo alle nuove generazioni una ricchezza finanziaria senza precedenti, unitamente a un pesante debito economico ed ambientale. Dall’altro stiamo distribuendo quella stessa ricchezza in modo profondamente diseguale, rafforzando divari sociali che rischiano di compromettere la coesione delle nostre società.

Affrontare queste sfide richiede un ripensamento profondo del concetto stesso di progresso. Per troppo tempo abbiamo confuso, come lucidamente osservava Pier Paolo Pasolini, lo sviluppo con il progresso. Lo sviluppo, inteso come crescita della produzione, dei consumi e della ricchezza, può continuare anche mentre si erodono le basi ecologiche della prosperità futura e si ampliano le disuguaglianze sociali. Il progresso, invece, si misura nella capacità di una società di consegnare alle generazioni successive un patrimonio complessivamente migliore – non soltanto in termini economici, ma anche ambientali, sociali e civili. Se trasferiamo ingenti ricchezze private lasciando in eredità beni pubblici globali depauperarti, stiamo producendo sviluppo senza progresso.

Allo stesso modo, se il grande passaggio intergenerazionale di ricchezza finisce per consolidare privilegi e rendite ereditarie, ampliando la distanza tra chi possiede e chi non possiede, stiamo creando una società più ricca ma non necessariamente più avanzata. È qui che tornano alla memoria le parole di Sandro Pertini: “Non ci può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non ci può essere vera giustizia sociale senza libertà”. Il debito ambientale limita la libertà delle generazioni future, costrette a vivere entro vincoli ecologici sempre più stringenti; il debito sociale limita la libertà di chi nasce senza patrimonio in società sempre più diseguali e dove l’ascensore sociale è permanentemente fuori servizio. In entrambi i casi, ciò che viene compromesso è la possibilità delle persone di scegliere il proprio futuro. La sfida del nostro tempo consiste dunque nello sciogliere questi due dilemmi, saldare i debiti economici ed ambientali e sostituire alla crescita il progresso, capace di generare sostenibilità, equità e libertà per tutti.

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