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Negli ultimi trent’anni la Repubblica Popolare ha costruito una delle più imponenti campagne di modernizzazione militare della storia recente. La marina della Pla è oggi la più grande al mondo per numero di unità, il Paese dispone di un vasto arsenale missilistico, sta ampliando rapidamente le proprie capacità nucleari, ha sviluppato sofisticati sistemi di guerra elettronica e investe massicciamente in tecnologie emergenti come l’IA, i sistemi autonomi e lo spazio. E una simile crescita alimenta in modo naturale il timore che Pechino abbia ormai raggiunto, o sia sul punto di raggiungere, una superiorità militare tale da consentirle di conquistare Taiwan e modificare radicalmente gli equilibri strategici dell’Indo-Pacifico. Ma secondo alcuni, le cose non stanno così.
Tra questi c’è l’ex comandante dello U.S. Pacific Command ed ex direttore dell’Intelligence nazionale statunitense Dennis Blair, che nel suo ultimo intervento su Foreign Affairs suggerisce che la narrativa di una Cina ormai militarmente dominante sia un mito destinato a produrre effetti controproducenti. Il vero banco di prova della potenza militare cinese rimane Taiwan, afferma Blair, e finché Pechino non sarà realmente in grado di conquistare e mantenere il controllo dell’isola, la sua superiorità resterà incompleta e le ambizioni strategiche continueranno a scontrarsi con limiti operativi ancora molto rilevanti.
L’autore invita innanzitutto a osservare come la modernizzazione del Pla non sia stata progettata esclusivamente in funzione di un’invasione di Taiwan. Se la riunificazione fosse stata l’unico obiettivo strategico perseguito da Pechino a partire dagli anni Novanta, gran parte delle risorse sarebbe stata destinata allo sviluppo di mezzi anfibi, navi da sbarco, capacità logistiche e sistemi specificamente concepiti per trasportare centinaia di migliaia di soldati oltre lo Stretto di Taiwan. Ma così non è stato, poiché la leadership cinese ha preferito costruire uno strumento militare in grado di perseguire contemporaneamente numerosi obiettivi, come proteggere le proprie rotte marittime, proiettare influenza ben oltre il Pacifico occidentale, rafforzare la deterrenza nucleare, espandere la presenza navale globale e sostenere le crescenti ambizioni geopolitiche del Paese. Il risultato è una forza armata molto più moderna rispetto a quella di trent’anni fa, ma inevitabilmente meno specializzata nell’operazione militare più complessa che potrebbe trovarsi ad affrontare.
Secondo Blair, questa scelta continua ancora oggi a rappresentare uno dei principali limiti della pianificazione cinese. Il nodo centrale resta infatti la capacità di effettuare uno sbarco anfibio su larga scala. Colpire Taiwan con missili balistici e da crociera è un conto, conquistare un’isola fortemente difesa, mantenere aperte le linee di rifornimento e controllarne stabilmente il territorio è un altro. L’ex comandante di Indopacom osserva che la marina cinese continua a soffrire di un’insufficiente capacità di trasporto anfibio. Le piattaforme oggi disponibili non consentirebbero di trasferire rapidamente il numero di uomini, mezzi corazzati e materiali necessari per sostenere un’invasione prolungata. A questa carenza si aggiungono altri elementi: una limitata esperienza operativa dei comandanti, una dottrina ancora fortemente influenzata dalla tradizione terrestre dell’Esercito Popolare di Liberazione, problemi di coordinamento interforze e le conseguenze delle vaste campagne anticorruzione che hanno interessato numerosi vertici militari negli ultimi anni.
E proprio la corruzione costituisce un fattore spesso sottovalutato nelle valutazioni occidentali. La capacità di acquistare promozioni o dimostrare fedeltà politica non coincide necessariamente con quella di guidare operazioni navali estremamente complesse. Le purghe ordinate da Xi Jinping hanno certamente cercato di affrontare il problema, ma hanno anche evidenziato quanto fosse radicato all’interno dell’apparato militare cinese.
Questo non significa che Pechino non disponga di strumenti per esercitare una forte pressione su Taiwan. Al contrario, la Cina possiede oggi capacità sufficienti per infliggere danni gravissimi attraverso attacchi missilistici, campagne aeree, operazioni di guerra elettronica o cyberattacchi. Potrebbe inoltre tentare blocchi navali, occupare alcune isole periferiche amministrate da Taipei o intensificare le operazioni nella cosiddetta “zona grigia”. Tuttavia, secondo Blair, nessuna di queste opzioni garantirebbe il risultato politico desiderato, cioè quello di costringere il governo taiwanese ad accettare la riunificazione. Un blocco navale, ad esempio, provocherebbe quasi certamente una reazione internazionale, mentre gli Stati Uniti e altri partner regionali potrebbero organizzare convogli per garantire la continuità dei collegamenti commerciali. Attacchi contro infrastrutture civili finirebbero invece per rafforzare il sostegno della popolazione taiwanese al proprio governo, come dimostrano numerosi conflitti contemporanei. Anche un’eventuale occupazione delle isole minori non modificherebbe sostanzialmente la capacità difensiva dell’isola principale.
Secondo Blair, il problema fondamentale è che qualsiasi operazione militare limitata rischierebbe di trascinare la Cina in un’escalation dalla quale sarebbe poi difficile uscire senza compromettere la propria credibilità politica interna. Se Taiwan non dovesse capitolare rapidamente, Pechino si troverebbe davanti a una scelta estremamente rischiosa tra il ritirarsi, ammettendo implicitamente un fallimento, oppure intensificare ulteriormente il conflitto fino ad affrontare l’opzione più difficile, cioè l’invasione vera e propria. Nel frattempo, osserva l’ex comandante statunitense, anche il contesto strategico si è evoluto in senso sfavorevole alla Cina. L’esperienza della guerra in Ucraina ha dimostrato come droni, sistemi autonomi e munizioni circuitanti abbiano aumentato sensibilmente i vantaggi di chi difende il proprio territorio, mentre gli Stati Uniti hanno accelerato lo sviluppo di capacità concepite proprio per sfruttare le vulnerabilità di un’eventuale invasione anfibia. Allo stesso tempo Taiwan sta investendo sempre più in sistemi di negazione dell’accesso, missili mobili e piattaforme senza pilota, mentre Giappone e Filippine hanno rafforzato la cooperazione militare con Washington, rendendo ancora più complessa un’eventuale operazione cinese nello Stretto.
Per Blair, dunque, nel complesso la crescita militare cinese non va né sottovalutata né sopravvalutata. Pechino dispone oggi di uno strumento militare molto più moderno, sofisticato e capace rispetto al passato, ma la modernizzazione non coincide automaticamente con la superiorità strategica. Alimentare l’idea di una vittoria cinese ormai inevitabile rischia anzi di produrre effetti controproducenti, scoraggiando Taiwan e i suoi alleati e, al tempo stesso, rafforzando nella leadership cinese la convinzione che esista una finestra di opportunità favorevole per ricorrere alla forza. Finché la Cina non sarà realmente in grado di conquistare e mantenere il controllo di Taiwan, conclude l’ex direttore dell’Intelligence nazionale, il divario tra le sue ambizioni politiche e le sue effettive capacità militari continuerà a rappresentare uno dei principali elementi di deterrenza nello Stretto.

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