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L’Europa, che forse per la prima volta ha preso davvero coscienza del problema cinese, avrà certamente buoni propositi conditi di una certa aspettativa. Ma se vuole davvero arginare lo strapotere industriale del Dragone non deve commettere due errori. Primo, presentarsi al cospetto della Cina frammentata e disunita. Secondo, far finta di non capire dove e come Pechino ha allungato le mani in questi anni. E così, nei giorni in cui Bruxelles apre i negoziati con il Dragone per un riequilibrio commerciale che parte dal un disavanzo di 360 miliardi, un report del Mercator Institute può aiutare.
Primo problema, dove la Cina è penetrata, andando in profondità. “La spinta cinese a diventare leader globale in scienza, tecnologia e innovazione ha enormi implicazioni per l’Ue e i suoi Stati membri. Da un lato, Pechino si sta affermando come un forte concorrente nei settori industriali ad alta tecnologia e nella scienza innovativa, un tempo roccaforte degli attori europei. Le tecnologie digitali avanzate prodotte in Cina rappresentano inoltre un rischio crescente per le infrastrutture europee”.
I segnali, comunque, c’erano già tutti. Secondo il Mercator “nel 2024, la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di spesa in ricerca e sviluppo e, negli ultimi anni, ha compiuto grandi passi avanti nell’innovazione in settori come l’energia, la mobilità elettrica e, sempre più spesso, anche la robotica. La Cina non solo sta integrando la sua tecnologia 5G nelle infrastrutture di telecomunicazione di tutto il mondo, ma sta anche plasmando attivamente gli standard futuri in questo settore. E sembra destinata a diventare un attore chiave nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, sia nella ricerca di base che nelle applicazioni industriali o di consumo”.
D’altronde, lo stesso piano quinquennale pubblicato al Congresso nazionale del popolo nel marzo 2026, “segna una significativa intensificazione della sfida cinese alla competitività tecnologica dell’Europa nei prossimi anni. Il piano delinea strategie e misure audaci per diventare leader nei settori dell’alta tecnologia e modernizzare l’industria cinese. L’autosufficienza tecnologica è un obiettivo chiave del piano, con la Cina che mira a diventare più forte e autosufficiente nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, migliorando la ricerca correlata e le infrastrutture Ict necessarie per i sistemi hardware e software”. Insomma, la tecnologia è il vero campo di gioco.
Ma ecco il problema. L’ordine sparso di cui si diceva. Non tutti i Paesi membri, infatti, hanno lo stesso manico con il Dragone. “Il rapporto con la Cina, in quanto potenza tecnologica emergente, varia da paese a paese nei 21 Stati membri dell’Ue e nel Regno Unito, ma ciascuno di questi paesi ne è esposto in un modo o nell’altro. Per alcuni l’esposizione alla tecnologia cinese si concentra sui prodotti di consumo, per altri, è parte integrante delle catene del valore industriali o delle infrastrutture. Si riscontrano differenze significative nei dibattiti pubblici sui rischi associati ai rapporti con la Cina in quanto potenza tecnologica: si va da una quasi totale assenza di discussioni a vivaci dibattiti sul delicato equilibrio tra una collaborazione mirata e una riduzione dei rischi specifici in ambito tecnologico e innovativo”. E pensare che il problema riguarda proprio le principali economie del Vecchio continente, vale a dire Francia, Germania, Italia e Regno Unito “che sono tra i Paesi maggiormente influenzati dall’ascesa della Cina nei settori della tecnologia e dell’innovazione”. Appunto, uniti si vince. Diversamente, no.

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