Il Centro o è protagonista o non esiste. Gli scenari di Merlo

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Sì, fa una certa impressione leggere gli ormai innumerevoli leader – leader si fa per dire, come ovvio – del campo centrista nel cosiddetto “campo largo”.

Non passa settimana dove qualcuno si aggiunga alla carovana. Nel frattempo, però, cresce addirittura la voglia di spezzare l’atomo centrista che si aggiunge alla ben più solida alleanza di sinistra e progressista.

Al punto che, almeno così dicono le cronache giornalistiche e retrosceniste, si farebbero addirittura due liste di centro – di centro, anche qui, si fa per dire – in vista dell’appuntamento elettorale del 2027.

Ora, e senza nulla togliere come ovvio e persin scontato, a questa proliferazione di sigle riconducibili seppur vagamente al Centro, forse è arrivato il momento per sottolineare con chiarezza almeno un elemento.

E cioè, il Centro, la cultura di centro, la politica di centro e lo stesso progetto di centro hanno un peso, un ruolo e una funzione solo se riescono ad essere politicamente protagonisti.

All’interno di una coalizione, innanzitutto, o fuori da una coalizione. Al riguardo, è abbastanza facile sottolineare che nel campo dell’attuale centro destra il peso, l’autorevolezza e il carisma della premier Giorgia Meloni sono talmente forti ed oggettivi che, realisticamente, sono destinati a mettere in ombra qualsiasi richiamo specifico alla cultura e alla prassi di matrice centrista.

Nel campo alternativo, cioè nell’attuale alleanza di sinistra e progressista, il Centro semplicemente non esiste. Fuorché, e con una dose di coraggiosa e straordinaria ironia, vogliamo far credere che le attuali, variopinte e macchiettistiche sigle centriste che crescono ormai come funghi, possano svolgere qualsivoglia ruolo politico. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare.

E cioè, da quelle parti vigono due regole. La prima è rappresentata dal cosiddetto “lodo Bettini”. Ovvero, una tesi descritta dallo storico dirigente del Pd Bettini che sostanzialmente ripropone la vecchia, vecchissima tesi cara ai comunisti italiani che recita che tutto ciò che non è riconducibile alla sinistra è quasi statutariamente ininfluente.

Non a caso, lo stesso ex comunista Bettini in tempi non sospetti ha sostenuto ripetutamente la necessità di dar vita “ad una tenda centrista” nella coalizione di sinstra.

Cioè, ad un satellite, o più satelliti – che Bettini definisce “più punte” – che possono e debbono tranquillamente aggiungersi al blocco granitico ed omogeneo delle sinistre e che, di conseguenza, e pur senza dirlo, sono destinati a non svolgere alcun ruolo politico, culturale e programmatico significativo e degno di nota.

Al contempo, seconda tesi, c’è anche spazio per i cattolici e per la cultura che rappresentano ed esprimono. Anche qui, e da copione, riproponendo l’esperienza storica – questa volta cara anche ad Elly Schlein – dei “cattolici indipendenti” eletti nelle liste del Pci negli anni ‘70 e ‘80.

Cioè personalità ed esponenti di rango della variegata area cattolica italiana che, però ed altrettanto puntualmente, non hanno alcun titolo per condizionare il progetto politico del partito o della coalizione di riferimento.

Ecco perché, e senza ulteriori approfondimenti e, men che meno, senza alcuna pregiudiziale politica e personale, l’unica considerazione che si può e si deve fare oggi quando si parla del ruolo politico del Centro – che non è affatto un tema secondario o peregrino – è che o svolge e declina una funzione protagonistica oppure, e al contrario, si riduce inesorabilmente ed irreversibilmente ad occupare un ruolo marginale, periferico e politicamente ininfluente ed irrilevante.

E se questo obiettivo non si può concretamente perseguire nelle due coalizioni maggioritarie lo si deve fare, quasi obbligatoriamente, al di fuori delle coalizioni in modo autonomo.

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