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Christine Lagarde se ne va. E forse, prima di domandarci chi prenderà il suo posto alla BCE, dovremmo porci una domanda più scomoda: abbiamo ancora bisogno di una Lagarde? Perché Lagarde non è soltanto una persona. È la rappresentazione quasi perfetta di un’idea di governo dell’economia europea: indipendenza della banca centrale, disciplina dei conti, stabilità dei prezzi, fiducia dei mercati, decisioni affidate a istituzioni tecniche sottratte alla contingenza elettorale. Un’architettura che aveva una sua logica. Ma dopo tanti anni sarebbe legittimo chiedere di giudicarla non soltanto sulla coerenza dei suoi modelli, ma sui risultati prodotti nella società europea. Ed è qui che il bilancio diventa meno rassicurante.
L’Europa attraversa una lunga stagione di salari deboli, crescita modesta, difficoltà industriali, costo dell’abitare crescente e diseguaglianze che alimentano una sensazione diffusa di impoverimento e insicurezza. Le piazze che si riempiono, da sole, non dimostrano il fallimento di una teoria economica. Ma sono un dato politico che nessuna teoria economica può permettersi di ignorare.
La BCE ha un mandato preciso: la stabilità dei prezzi. Non decide le politiche salariali, non costruisce case popolari, non stabilisce le aliquote fiscali. Sarebbe intellettualmente disonesto attribuire a Lagarde ogni malessere europeo. Ma sarebbe altrettanto comodo fingere che la politica monetaria sia socialmente neutrale. Quando per combattere l’inflazione si aumenta rapidamente il costo del denaro, l’inflazione può scendere. Ma qualcuno paga la cura: la famiglia con il mutuo variabile, l’impresa che rinuncia all’investimento, il giovane che non ottiene credito, lo Stato che rifinanzia più costosamente il proprio debito.
È qui che il caso Lagarde supera Lagarde. Per decenni una parte consistente delle élite europee ha trattato efficienza, concorrenza, disciplina fiscale e stabilità monetaria come condizioni dalle quali, quasi automaticamente, sarebbe derivato il benessere collettivo. Quando invece la distribuzione dei benefici diventava squilibrata, la risposta era spesso che occorrevano altre riforme, altra competitività, altro tempo. Quanto tempo? Questa è la domanda che arriva dalle piazze. Non significa che ogni manifestante abbia ragione. Non significa che ogni politica alternativa funzionerebbe. E certamente non significa che la soluzione sia mettere la banca centrale agli ordini dei governi. Significa qualcosa di più inquietante: una politica economica può essere tecnicamente coerente e diventare politicamente insostenibile.
Ed eccoci al paradosso della successione. Il presidente della BCE è indipendente dalla politica, ma non arriva sulla Terra per generazione spontanea. Viene nominato dal Consiglio europeo. Dietro il prossimo presidente ci saranno dunque governi, alleanze, compensazioni, interessi nazionali e una precisa distribuzione del potere europeo. Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi si muovono. E l’Italia? Abbiamo Fabio Panetta: governatore della Banca d’Italia, già nel Comitato esecutivo BCE, oggi alla guida del Board della Banca dei regolamenti internazionali. Dunque non possiamo raccontarci che manchino le competenze. Se l’Italia dovesse risultare marginale, il problema non sarebbe l’assenza di un italiano sufficientemente autorevole. Sarebbe l’assenza di sufficiente potere politico italiano nella costruzione del compromesso.
Ed è forse questa la parte più interessante della storia. Ci hanno abituati a pensare che esista da una parte la politica, litigiosa e nazionale, e dall’altra la competenza, neutrale ed europea. Ma il confine non è così netto. La politica sceglie chi guiderà l’istituzione indipendente; l’istituzione indipendente prende decisioni che hanno conseguenze sociali; quelle conseguenze ritornano alla politica sotto forma di consenso, rabbia, astensione e piazza. Il circuito si chiude.
Per questo la domanda non è se Lagarde sia stata competente. Sarebbe quasi banale. La domanda è se il paradigma che ha rappresentato sia ancora sufficiente per un continente nel quale una parte crescente della popolazione non riconosce più nel successo degli indicatori economici il miglioramento della propria vita. Se la risposta europea alla fine dell’era Lagarde sarà semplicemente trovare un’altra Lagarde — stessa concezione del rapporto tra tecnica, mercato e società, cambiando soltanto nome e passaporto — avremo perso un’occasione. Perché quando milioni di cittadini smettono di credere che il sistema lavori anche per loro, il problema non è più soltanto economico. Diventa democratico.
L'articolo Finita Lagarde, se ne fa un’altra? Non sono convinta che sia la scelta giusta proviene da Il Fatto Quotidiano.


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