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Per mandare in pensione anticipata un piccolo drappello di 64enni (i dettagli verranno stabiliti l’anno prossimo) si impoverisce chi il lavoro l’ha già lasciato. È la discutibile scelta fatta dal governo Meloni nel ddl di Bilancio, che istituisce un nuovo Fondo per il supporto in uscita dal mercato del lavoro da 850 milioni di euro l’anno nel prossimo triennio. E in parallelo, proprio mentre l’inflazione rialza la testa, taglia la rivalutazione degli assegni in essere all’aumento dei prezzi ottenendo di ridurre la spesa netta di 885 milioni l’anno fino al 2029 e di oltre 800 milioni l’anno fino al 2036. Nei prossimi dieci anni, secondo la relazione tecnica, il risparmio lordo supera i 14,2 miliardi di euro.
La stangata è prevista dall’articolo 55, che ripristina un meccanismo di indicizzazione analogo a quello applicato nel 2023. La rivalutazione piena, calcolata sulla base dell’inflazione prevista dal Documento programmatico di finanza pubblica che si ferma al 2,8%, spetterà solo agli assegni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps, pari a poco più di 2.400 euro al mese, che sono il 55% del monte pensioni complessivo. Sopra quella soglia la quota di aumento riconosciuta diminuisce per fasce: 85% fino a cinque volte il minimo (circa 3.059 euro), 53% tra cinque e sei volte (circa 3.671 euro), 47% tra sei e otto volte (4.894 euro) e, 37% tra otto e dieci volte (6.118 euro) e 32% oltre dieci volte. La percentuale si applica non per scaglioni ma all’intero importo della pensione.
La relazione tecnica stima una minore spesa pensionistica di 1,476 miliardi di euro l’anno nel 2027, 2028 e 2029 al lordo degli effetti fiscali. L’effetto si trascina nel decennio: 1,461 miliardi nel 2030, 1,443 nel 2031, fino a 1,337 miliardi nel 2036. Anche il risparmio netto scende ma resta consistente, con 801 milioni nell’ultimo anno considerato. Questo perché la rivalutazione ridotta nel 2027 abbassa la base sulla quale verranno calcolati gli aumenti degli anni successivi. Anche in caso di recupero dell’indicizzazione piena negli anni seguenti, dunque, gli interessati subiscono una perdita permanente sul valore dell’assegno.
In concreto, un pensionato con un lordo di 3.000 euro al mese perderà circa 12,60 euro mensili, pari a 164 euro l’anno. Per un assegno di 4.000 euro, la perdita sale a oltre 59 euro al mese, quasi 772 euro annui. Chi percepisce 5.500 euro lordi lascerà sul terreno circa 97 euro al mese, oltre 1.260 euro in un anno. Per gli assegni sopra dieci volte il minimo, la perdita rispetto all’indicizzazione integrale arriva a circa 133 euro al mese, oltre 1.730 euro annui. Si tratta di differenze lorde calcolate su tredici mensilità.
Quanto alle minime, l’anno prossimo i titolari non riceveranno alcun “bonus”. Quindi, pur conservando il 100% della rivalutazione, vedranno un adeguamento molto inferiore alla reale crescita dei prezzi: l’inflazione acquisita per il 2026 è già al 3,4%. La differenza rispetto al 2,8% stimato vale, su un assegno minimo, circa 48 euro lordi in un anno.
L’articolo 52 istituisce in parallelo al ministero del Lavoro un fondo da 850 milioni per ciascuno dei tre anni 2027, 2028 e 2029. La dotazione finanzierà interventi da definire con un successivo provvedimento legislativo, rivolti al sostegno dell’uscita dal mercato del lavoro ma anche a “specifiche categorie in difficoltà“, con eventuali misure sugli ammortizzatori sociali. Per Matteo Salvini l’obiettivo dichiarato è una nuova Quota 100, ma il ddl di bilancio rinvia a una disciplina successiva la definizione delle modalità concrete. E in maggioranza non tutti sono d’accordo.
La manovra interviene anche sull’Ape sociale, prorogata per il 2027. La relazione tecnica stima circa 27mila accessi e un incremento del limite di spesa di 180 milioni nel 2027, 370 nel 2028 e 350 nel 2029. Il requisito anagrafico passa da 63 anni e 5 mesi a 63 anni e 6 mesi.
L’articolo 54 estende al 2027 il cosiddetto bonus Maroni: i dipendenti che maturano i requisiti per la pensione anticipata possono rinunciare all’accredito della propria quota di contributi e ricevere direttamente in busta paga la somma corrispondente, esclusa dall’imponibile fiscale. Impatto? Trascurabile. La relazione tecnica ipotizza circa 7.500 accessi alla misura, con il 15% dei lavoratori effettivamente incentivato a rinviare il pensionamento. L’impatto complessivo sui saldi pubblici è sostanzialmente nullo nel 2027 e leggermente negativo negli anni successivi.
Sul Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici, invece, dopo che la Consulta ha chiesto di superare rateizzazione e ritardi nel versamento il governo avvia un percorso di adeguamento. Per chi raggiunge i requisiti per la pensione di vecchiaia e lascia il servizio per limiti di età, il periodo di attesa della prima quota scende progressivamente: nove mesi per chi matura i requisiti nel 2027, sei nel 2028, tre nel 2029 e zero dal 2030. Dal 2035 il trattamento viene liquidato in un’unica soluzione. La relazione tecnica stima maggiori oneri per la finanza pubblica, pari a 337 milioni nel 2028 e 701 nel 2029, al lordo degli effetti fiscali.
L'articolo Quanto costerà la stangata in arrivo sulle pensioni, che riduce gli assegni per sempre per finanziare altre uscite anticipate proviene da Il Fatto Quotidiano.






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