Ecco quel che mi confidò nei nostri incontri Diego Marmo, il pm che chiese la condanna di Enzo Tortora

1 hour_ago 1
ARTICLE AD BOX

Ci incontravamo. Ero di casa. Prima l’acqua e poi il caffè. C’era un breve preliminare: commentare la partita del Napoli. È primavera 2025, il profumo nell’aria è quello del quarto scudetto degli azzurri. A spizzichi e bocconi cominciava il racconto intervallato da rimandi, anticipazioni e salti temporali.

All’inizio sono state parole pesate, accompagnate da un atteggiamento guardingo. Sembrava il resoconto di un verbale da trasmettere agli uffici della Procura della Repubblica. Termini tignosi, dettagli in punta di diritto, citazioni di articoli e relativi commi sparsi, soprattutto il tratteggio temporale e il contesto giurisprudenziale entro il quale si snodano i fatti. Ascolto, prendo appunti e registro. Pongo domande chiarificatrici quando è necessario. Pochi anni – tanto è durato il processo di primo grado – un puzzle complesso che forse solo oggi, a distanza di oltre 40 anni, è possibile ricomporre, mettere a fuoco, intravederne i contorni e leggerne la vera filigrana, senza revisionismo o peggio omissioni. Smontare la gabbia dei ponteggi del pregiudizio, lo stigma che nel tempo è divenuto infamia. Spiegare i fatti, raccontare la verità nel rispetto delle persone e della dolorosa vicenda umana.

Il libro andava fatto, scriverlo per collocare gli avvenimenti specialmente le alchimie nascoste, far riflettere sugli accadimenti e sul contesto. Fondamentali i suoi ricordi, arguti spunti da approfondire, vagliare e metterli nel giusto ordine. Non doveva essere la stesura di un libro bianco, un contro dossier o peggio una riscrittura della storia di quella inchiesta e di quel processo. Nulla di tutto questo. Con ferma lucidità guardandomi con i suoi occhi azzurri ribadiva: “Agii in onestà e in perfetta buona fede. C’è in me rammarico e tormento. Il mio lavoro da servitore dello Stato si svolse dopo e sulla base degli elementi raccolti. Mi convinsi che Enzo Tortora fosse colpevole. La mia richiesta di condanna venne accolta dal tribunale”.

Me lo confidò nei tanti nostri incontri Diego Marmo, scomparso domenica 3 maggio 2026, all’età di 88 anni. Ci confrontiamo per la stesura di quel libro che non sono riuscito a pubblicare forse per mancanza di coraggio. Quel venerdì 17 giugno 1983 scattò il primo maxi blitz anticamorra della storia d’Italia che impegnò circa ottomila tra carabinieri e agenti di polizia, un terremoto giudiziario senza precedenti. Grandi numeri: 400 arresti mentre altri 337 si trovavano già in carcere. Un blitz nato sulla base di un rapporto investigativo di 3800 pagine trasmesso ai sostituti Lucio Di Pietro e Felice Di Persia che firmarono 850 ordini di cattura contro la Nco del boss Raffaele Cutolo. Tra i fermati Enzo Tortora, il popolare giornalista e conduttore della trasmissione Portobello.

Alla luce degli elementi raccolti, non si poteva fare diversamente. L’arresto era obbligatorio, non esistevano i domiciliari. Si applicava il vecchio codice penale antecedente il 1989. Qualche settimana prima in manette finirono i primi 263 affiliati alla Nco di Cutolo. C’erano i racconti dei primi collaboratori di giustizia o dissociati. Non esistevano linee guida di gestione, nessuna normativa di riferimento, neppure protocolli di protezione e di detenzione per chi decideva di passare dalla parte dello Stato. Pochi mesi e dell’istruttoria di partenza con 1040 indiziati di reato saranno rinviati a giudizio dai giudici Raffaele De Lucia, Giorgio Fontana e Angelo Spirito 630 imputati e tra loro c’è anche Tortora.

L’allora capo della Procura di Napoli Francesco Cedrangolo decide di punto in bianco di spezzettare il processo, cosa che molti anni dopo non accadrà ad esempio con il maxiprocesso di Palermo. Ecco che entra in scena Diego Marmo, gli fu affidato il primo dei tre tronconi dove tra gli imputati c’era Enzo Tortora, all’esito di quel processo fu condannato in primo grado a dieci anni di reclusione dal tribunale di Napoli per associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico di stupefacenti, sentenza poi cancellata in Appello e in Cassazione. Le accuse risultano false, pentiti e appartenenti alla criminalità organizzata – e chi per loro – costruirono un raffinato castello di fandonie.

Nei decenni sul banco degli imputati è rimasto solo Marmo e negli anni e fino alla fine dei suoi giorni i dubbi lo tormentarono. Il clamoroso arresto di Tortora esplose come una bomba nel cuore della stessa inchiesta che potenzialmente minacciava di scardinare il patto tra politica, servizi segreti e camorra dopo i fatti del rapimento e liberazione dell’assessore Dc Ciro Cirillo. Il ‘caso Tortora’ ebbe l’effetto di far implodere l’inchiesta, minarla nel suo interno, delegittimare i magistrati di fronte a un caso clamoroso di ingiustizia e azzerare le inchieste sui livelli alti di compromissione dei vertici della politica nazionale.

Sembra un canovaccio costruito a tavolino. Insomma, non fu casuale l’affidare quel primo troncone di un processo al sanguigno ed ex sbirro Marmo – era stato commissario di polizia prima di vincere il concorso in magistratura – avrebbe garantito una sicura richiesta di condanna per il presentatore alla luce del materiale probatorio raccolto dagli investigatori, principalmente in una caserma ribattezzata ‘l’albergo dei pentiti’ e confezionato dall’ufficio istruzione di Castelcapuano.

Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio, uno dei più gravi nella storia giudiziaria italiana, con falsi collaboratori di giustizia debitamente istruiti, pur qualcosa ci racconta. Questo è il convincimento che nel tempo aveva maturato Diego Marmo nella lettura a posteriori di quei fatti. Voleva riscattare il suo onore di servitore dello Stato. Aveva ragione lui. Sperava che almeno la serie televisiva firmata da Marco Bellocchio approfondisse la vicenda che lo stesso Marmo illustrò agli sceneggiatori. Invece è prevalso altro.

Alla sola notizia della sua scomparsa, gli utenti del web si sono scatenati: “Devi bruciare all’inferno”, “Poteva pur andarsene prima, invece solo a 88 anni”, “Spero che te ne sei andato con un grande rimorso. Vergogna”, “Ora sarà sotto processo in un altro tipo di giustizia, quella divina”.

L'articolo Ecco quel che mi confidò nei nostri incontri Diego Marmo, il pm che chiese la condanna di Enzo Tortora proviene da Il Fatto Quotidiano.

read-entire-article