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La guerra nei cieli dell’Ucraina ha cambiato velocità. Gli ordigni usati da Mosca sono sempre più rapidi e tecnologicamente avanzati, spingendo i tradizionali sistemi di difesa aerea a ripensare uomini, armi e modalità di intercettazione. A descrivere questa trasformazione è il colonnello Yuriy Cherevashenko, vice comandante delle Forze Aeree ucraine per il settore della difesa aerea diretta, che in audizione di fronte alla Commissione d’inchiesta della Verkhovna Rada sulle violazioni nel settore della difesa ha illustrato l’aumento significativo dei droni a reazione utilizzati dalla Russia.
Non si tratta più solo di contrastare i lenti Shahed e gli altri UAV convenzionali: una parte crescente degli attacchi è costituita da vettori più veloci, che riducono il tempo a disposizione per individuarli e abbatterli. Nel mese di settembre i russi hanno scagliato sull’Ucraina circa 1.900 droni a reazione. “Il numero è aumentato significativamente a partire da luglio”, ha spiegato Cherevashenko secondo cui questi sistemi rappresentano “circa il 40% di tutti i velivoli senza pilota” impiegati sulla territorio ucraino e “su alcune direttrici” arrivano al 60%. Il futuro sarà ancora più impegnativo: “Prevediamo – ha detto il colonnello – che l’80% dei droni con cui veniamo attaccati sarà a reazione”.
La velocità è la questione centrale. Gli UAV russi intercettati volano a velocità tra i 460 e i 560 chilometri orari. Che in futuro saranno molto più elevate: “Oggi abbiamo velocità fino a 600 km/h, ma secondo le nostre previsioni i droni del nemico potrebbero raggiungere velocità subsoniche” fino a “800-900 km/h“. Contro i droni a reazione, l’efficacia complessiva della difesa ucraina arriva intorno al 67%, ma il problema è destinato a diventare più difficile con l’aumento della velocità e della capacità di manovra dei nuovi vettori. Per Cherevashenko, quindi, “prima o poi passeremo ai missili” per intercettarli. Mosca può contare anche su un altro vantaggio: il 60% del motori a reazione montati sui suoi droni “sono importati dalla Cina, ma non direttamente”, ovvero attraverso filiere internazionali che consentono di aggirare le restrizioni.
Ma la risposta passa anche dall’automazione. Kiev sta lavorando con circa 20 aziende produttrici di droni intercettori, che si trovano a diversi stadi di sviluppo, e sul terreno l’esercito utilizza più di 200 torrette automatizzate dotate di “intelligenza artificiale con un algoritmo controllato”, installate inizialmente nelle regioni di Kharkiv, Zaporizhzhia e Odessa, e poi usate anche a Kiev dove ce ne sono almeno 12. Sono sistemi armati con mitragliatrici da 12,7 millimetri che effettuano in automatico sulla base dei dati dei radar e dei sistemi informatici “il puntamento, la ricerca, l’inseguimento” del bersaglio ma “il fuoco lo apre comunque l’operatore”. Funzionano? Secondo Cherevashenko, le torrette hanno abbattuto i droni a reazione fino a 800 metri di distanza. E “le statistiche mostrano che, nelle diverse direzioni e a seconda dell’entità degli attacchi, la loro efficacia varia dal 20 al 40%, con una media del 28%”
Ora l’obiettivo è ridurre il peso del fattore umano. Una squadra di fuoco mobile è composta da almeno 4 persone e alcune unità possono rimanere operative quasi due giorni senza essere sostituite. Per Cherevashenko, invece, “se usiamo torrette controllate a distanza da un luogo protetto, gli operatori possono essere solo due”. L’AI, infatti, si sta ritagliando spazi sempre più ampi. Per Cherevashenko la Russia la utilizza almeno nella pianificazione degli attacchi e nell’elaborazione delle rotte dei droni, e ipotizza un suo impiego anche nel riconoscimento dei bersagli. L’Ucraina fa altrettanto, cercando di dipendere sempre meno dalla tecnologia occidentale. Quando gli viene chiesto se i sistemi utilizzino prodotti dell’americana Palantir, l’ufficiale risponde secco: “No, no, no. Palantir non è coinvolta affatto”. E alla domanda se si tratti quindi di sviluppi ucraini, conferma: “I nostri sviluppi, i nostri produttori“.
Uno dei terreni su cui Kyiv cerca di colmare il divario con Mosca è quello degli intercettori. I nuovi sistemi, tra cui quelli indicati come Predator e Steliator, sono ancora lontani da una produzione industriale di massa. “Siamo ancora a livelli di produzione artigianale: si parla di decine di unità, non di più”, ha spiegato Cherevashenko. L’obiettivo è arrivare a intercettori riutilizzabili, con un’arma cinetica a bordo, capaci di distruggere i bersagli in volo e poi rientrare, riducendo così il costo di ogni abbattimento.
Un ulteriore “problema molto serio” arriva dallo spazio. Mosca sta cercando di migliorare progetto satellitare Rassvet, per sopperire all’impossibilità di usare Starlink. “Naturalmente, questa è un problema molto grande in prospettiva”, ha affermato il colonnello. Una rete satellitare più estesa potrebbe infatti rendere più difficile per la guerra elettronica ucraina interrompere la navigazione e il controllo dei droni russi. “La Federazione Russa voleva completare il progetto entro la fine del 2027”, ma, ha concluso Cherevashenko, “è una tempistica un po’ troppo ottimistica. Penso che intorno alla metà del 2028 potremmo avere problemi molto seri”.
L'articolo Droni russi a 900 km/h, Kiev si difende con “torrette automatizzate”: così l’AI sta cambiando la guerra nei cieli d’Ucraina proviene da Il Fatto Quotidiano.





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