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Il tappeto rosso con cui il presidente statunitense, Donald Trump, accoglie il leader cinese, Xi Jinping, alla Joint Base Andrews di Prince George’s County (Maryland, a pochi chilometri da Washington D.C.) è il centro dell’attenzione e delle polemiche. Il video dei soldati americani impegnati a stenderlo, limando ogni imperfezione, gira sui social con commenti critici. Le forze delle propaganda cinese e anti-occidentale sono impegnate a raccontare l’inchino, usato come simbolo, delle forze armate americane all’arrivo della potenza cinese; i critici trumpiani seguono, considerando la situazione la conseguenza dell’approccio transazionale con cui il presidente preferisce accordi pragmatici (leggasi economico-commerciali) alla dimensione strategica.
La coreografia della visita rischia inevitabilmente di attirare quasi tanta attenzione quanto i suoi contenuti – che forse non saranno clamorosi nei risultati. Il leader cinese arriva negli Stati Uniti con il cerimoniale riservato a una visita di Stato (a cui forse parteciperanno anche i leader dei giganti tech di Pechino, ma ancora non è chiaro, perché guidano aziende che gli Usa considerano parte strutturale della competizione strategica, ma non vorrebbero elevarli a un ruolo di interlocuzione diplomatica eccessiva, sebbene vogliono comunque parlarci).
È una contraddizione soltanto apparente. E forse è proprio da qui che bisogna partire per leggere il summit. Dopo anni nei quali tariffe, controlli sulle esportazioni, restrizioni tecnologiche e politiche di sicurezza economica hanno spinto Stati Uniti e Cina verso un confronto sempre più esplicito, Washington e Pechino sembrano oggi interessate non a interrompere la competizione, ma a stabilirne i limiti. È quella che Tobias Gehrke, Senior Policy Fellow dello European Council on Foreign Relations, definisce la “strategic stability” già proclamata da Trump e Xi durante il loro incontro a Pechino all’inizio dell’anno: una formula “utilmente ambigua”, spiega, che permette ai due leader di gestire la rivalità al vertice mentre, sotto la superficie, continua il decoupling selettivo.
Questa distinzione aiuta a interpretare anche il tappeto rosso di Washington. La tregua commerciale è stata già prorogata, ed è il primo importante risultato che per ora ha eliminato – almeno temporaneamente – una delle principali fonti di pressione sull’incontro. Ma praticamente nessuna delle cause strutturali della competizione sino-americana è venuta meno. Washington continua a contestare il modello industriale cinese, le distorsioni nell’accesso al mercato e l’avanzamento tecnologico delle imprese di Pechino. La Cina vuole maggiore accesso ai chip più avanzati necessari allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e contesta le restrizioni americane su settori che vanno dalle automobili alla robotica. Sullo sfondo rimane poi il controllo cinese sulle terre rare, diventato uno dei principali strumenti di pressione di Pechino.
Il summit, dunque, sembra riguardare meno la soluzione della competizione che la sua gestione. Ma proprio questo pone una seconda domanda: con quali rapporti di forza Trump e Xi arrivano al tavolo?
Sul piano politico, l’asimmetria è evidente. Trump guarda alle elezioni di midterm e ha pochi incentivi ad aprire una nuova fase di scontro commerciale che possa avere ricadute sull’economia americana. Xi non è sottoposto a una pressione elettorale comparabile e si prepara a consolidare ulteriormente la propria permanenza alla guida del Partito comunista cinese (in vista anche del prossimo anno, quando ci sarà il congresso quinquennale). Ma sarebbe riduttivo spiegare il rapporto di forza soltanto attraverso i rispettivi calendari politici. Gli ultimi anni hanno soprattutto mostrato i limiti della capacità americana di aumentare unilateralmente la pressione economica senza esporsi a costi significativi.
“Dietro il tappeto rosso e le fotografie scintillanti c’è una realtà più sobria per l’amministrazione Trump”, osserva Gehrke. “Quando Washington ha aumentato le tariffe nel 2025, le restrizioni cinesi sulle terre rare hanno costretto la Casa Bianca a fare marcia indietro e cercare un accomodamento. Pechino ha dimostrato di poter fissare un limite all’escalation di Trump”.
È probabilmente una delle eredità più importanti dell’ultima fase della competizione sino-americana. Gli Stati Uniti conservano strumenti formidabili: il mercato americano, il sistema finanziario, la posizione dominante in segmenti decisivi della frontiera tecnologica. Ma Pechino ha consolidato nel frattempo choke points propri, soprattutto all’interno delle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche.
Si è così formata una dinamica che assomiglia sempre più a una deterrenza economica reciproca. Non perché le capacità siano simmetriche, ma perché entrambi dispongono ormai di strumenti sufficienti per rendere costosa l’escalation dell’altro.
Otto anni di guerra commerciale permettono anche di misurare i risultati di questa strategia. “I fondamentali economici della Cina restano intatti”, sostiene Gehrke. “Le tariffe hanno cambiato le rotte attraverso cui i prodotti cinesi raggiungono l’America, ma il modello industriale cinese e il surplus commerciale continuano a crescere”.
Questo non significa che la pressione americana sia stata irrilevante. Le catene di approvvigionamento si sono modificate, alcuni flussi commerciali sono stati deviati attraverso Paesi terzi e Washington ha progressivamente ristretto l’accesso cinese alle tecnologie considerate più sensibili. Ma la strategia non ha smantellato il modello industriale cinese, né ha impedito a Pechino di diventare un concorrente tecnologico sempre più credibile.
L’intelligenza artificiale ne è un esempio. Secondo le stime riportate dal New York Times, fondi guidati dallo Stato cinese hanno investito oltre 184 miliardi di dollari nelle imprese AI tra il 2000 e il 2023, mentre successivamente governo e banche pubbliche hanno promesso ulteriori centinaia di miliardi. È uno sforzo che comporta anche costi interni, soprattutto in un’economia alle prese con consumi deboli e difficoltà occupazionali, ma che mostra quanto profondamente la competizione tecnologica sia ormai incorporata nella strategia economica cinese.
Il tappeto rosso di Washington non interrompe quindi questa competizione. Potrebbe essere, al contrario, ciò che consente di continuarla senza lasciare che sfugga di mano. C’è tuttavia un dossier sul quale questa architettura resta particolarmente fragile: Taiwan. Xi dovrebbe cercare di convincere Trump a continuare a rinviare una proposta di vendita di armamenti americani all’isola per 14 miliardi di dollari. Trump ha già definito quel pacchetto una “very good negotiating chip” – e il wording conta. La formulazione è significativa, soprattutto perché Washington vorrebbe contemporaneamente che Pechino esercitasse maggiore pressione sull’Iran per favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Qui emerge una caratteristica importante del rapporto Trump-Xi: il linkage tra dossier apparentemente distinti. Commercio, tecnologia, Taiwan, terre rare, agricoltura e Iran possono diventare componenti di una negoziazione più ampia condotta direttamente al vertice. Questo crea opportunità di compromesso, ma introduce anche imprevedibilità: una leva esercitata in un settore può essere utilizzata per ottenere una concessione in un altro.
Ed è proprio osservando questo scambio di leve che il summit assume una particolare rilevanza per l’Europa. Mentre Washington e Pechino hanno trascorso anni a individuare, costruire e testare le rispettive vulnerabilità economiche, l’Unione Europea entra nella propria stagione di decisioni sulla Cina da una posizione più difficile. Gli europei, sostiene Gehrke, potrebbero guardare al summit “con un certo sgomento”, mentre affrontano Pechino con “una mano ancora più debole: un mercato completamente aperto, dipendenze crescenti, alleanze frammentate e poca disponibilità a utilizzare la propria leva”.
La lezione, tuttavia, non è necessariamente imitare Trump. Otto anni di guerra commerciale mostrano anche i limiti di una strategia fondata prevalentemente sulle tariffe. Per Gehrke, l’Europa dovrebbe piuttosto osservare ciò che fa Pechino: “Dove la Cina chiude e distorce i mercati, invoca la sicurezza e favorisce le imprese domestiche, l’Europa dovrebbe applicare radicalmente la reciprocità a casa propria, non implorare cambiamenti a Pechino”.
È forse qui che il summit di Washington acquista un significato che va oltre i risultati immediati dell’incontro. L’interdipendenza economica non ha impedito la rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina. È diventata essa stessa uno dei terreni sui quali quella rivalità viene combattuta: vulnerabilità da ridurre, dipendenze da sfruttare, leve da accumulare.
Trump e Xi potrebbero quindi lasciare Washington senza grandi accordi. Non per questo il summit sarebbe irrilevante. Il suo risultato più importante potrebbe essere la definizione, necessariamente provvisoria, di quanta competizione entrambe le parti ritengano sostenibile e di dove abbiano imparato che l’escalation deve fermarsi. La “strategic stability”, da questo punto di vista, non rappresenta il contrario della competizione strategica. È sempre più uno degli strumenti attraverso cui quella competizione viene gestita. Per l’Europa, resta una conclusione più scomoda. Come sintetizza Gehrke, “senza una leva collettiva, qualsiasi negoziato con la Cina è destinato a cadere nel vuoto”.

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