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È la settimana del Giappone al cinema. Passata la luminosa cometa del Far East Film Festival 2026, con un prezioso Koji Yakusho a cui Wim Wenders ha consegnato sul palco di Udine il Gelso d’Oro, ecco due film che fanno tappa in sala: Kokuho – Il Maestro di Kabuki di Lee Sang-il e Suicide Club di Sion Sono. Un derapage percettivo-stilistico da far paura. Da una parte una sontuosa epopea della tradizione artistica giapponese del teatro Kabuki, tagliata sull’intima rivalità e sull’affetto di due giovani attori nel corso di cinquant’anni di altalenante carriera; dall’altra un cinema genuinamente e furiosamente di genere, con al centro una marea irrefrenabile di sanguinolenti e inspiegabili suicidi.
Figlio di un boss della yakuza, dopo l’omicidio violento del padre sotto i suoi occhi, l’adolescente attore amatoriale Kikuo (Ryo Yoshizawa, da ragazzino un incredibile Soya Kurokawa) viene adottato da un grande maestro di Kabuki, capo di una compagnia teatrale di Osaka. L’apprendista Kikuo affiancherà Shunsuke (Ryusei Yokohama), figlio del maestro, nell’imparare la stilizzata e trattenuta antica arte dell’onnagata, dove gli attori maschi impersonano personaggi femminili in abiti d’epoca, con trucco marcato, movimenti e voce aggraziata.
Disciplina performativa applicata con energia su mente e fisico, iniziazione all’età adulta (anche con l’altro sesso) e un rapporto di rivalità adolescenziale che si trasformerà in una sincera vicinanza umana, fino a quando il maestro designerà proprio erede artistico il figlio adottivo e non quello di sangue, come la tradizione del Kabuki vorrebbe. Kokuho è uno spaccato storico di prezioso respiro narrativo che si apre a metà anni Sessanta e arriva al secondo decennio del Duemila, amalgamando con naturalezza il susseguirsi di differenti blocchi temporali e una serie di ieratici saliscendi e ribaltamenti di sorte tra fama, vergogna e predestinazione. Paragonato da alcuni a L’ultimo imperatore, Kokuho (il titolo di “tesoro nazionale” attribuito a un maestro riconosciuto del Kabuki) non ha solo l’ispirata eleganza di uno stile magniloquente che si misura senza tentennamenti con i codici nazionali della tradizione e con l’ampiezza oscillante del pendolo della storia.
La regia di Lee mostra di saper calibrare poeticamente sfondo pubblico e dettaglio privato (la preparazione del trucco per i mascheroni bianchi), per un intarsio affascinante e tesissimo tra vita del teatro e vita nel teatro. Gli sbalzi tra un’ascesa professionale insperata, il simbolismo ricorrente di un sangue nobile che non può essere tramandato e una parte finale che cerca una sintesi ellittica nella trama dell’opera innevata in scena rendono Kokuho un film al limite del sublime. Un titolo, peraltro, che ha infranto molti record, diventando il secondo film live action con i maggiori incassi nella storia del box office nipponico e ottenendo anche una nomination ai recenti Oscar per il miglior trucco.
Suicide Club, invece, è un film diretto dal folle Sion Sono nel 2001, riportato in sala in questi giorni da Cat People assieme al più recente The Whispering Star. Segnaliamo questa immensa cascata gore, figlia estetica di sbudellamenti e provocazioni romeriane, incastonata nel tragico trend nazionale nipponico dei suicidi, perché è puro spasso da cinema indipendente. Suicide Club si apre con un’orchestrata, inquietante e clamorosa fila di 50 studentesse che, con il sorriso sulla bocca, mano nella mano, “un due tre vola vola” in coro, si gettano sotto le rotaie di un treno in una stazione affollata di Tokyo. Il sangue esplode a fiotti e in chiazze tra finestrini, pavimenti e visi degli astanti (c’è pure un arto che si incastra su una rotaia).
Ipotizzando una sorta di istigazione criminale al suicidio, le indagini del team del detective Kuroda (Ryo Ishibashi) faticano però a trovare il bandolo della matassa. Del resto, la gente che si toglie la vita continua: un’infermiera, un altro gruppo di studenti e perfino nella famiglia di Kuroda non mancano vittime.
E tra una borsa contenente un rotolo composto da pezzi di pelle asportati precedentemente ad alcune persone suicidate, una serie di hacker con strani messaggi web (siamo agli albori di Internet), una specie di Charles Manson ossigenato e una band musicale di popolari teenager che pare suggerire messaggi cifrati, il domino di morte presumibilmente indotta sembrerebbe fermarsi. Sion Sono si getta con spietata e bizzarra innocenza nell’alienazione sociale giapponese, in primis giovanile, e ne trae una sintesi thriller inesausta e senza fine: macchina a mano, ritmo sfrenato, sangue finto ovunque, con un angolo oscuro del male che, più che svelarsi in un ipotetico moralismo della colpevolezza individuale, sfugge e si mimetizza in una singolare e irrisolvibile amoralità sociale.
L'articolo Dal Kabuki al gore estremo: il Giappone stupisce con i film Kokuho e Suicide Club proviene da Il Fatto Quotidiano.




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