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di Giacomo Gabellini
Alcune recenti analisi indipendenti formulate da centri studio di riconosciuto prestigio come il Royal United Services Institute (Rusi) e il Center for Strategic and International Studies (Csis) convergono sulla stessa conclusione: la guerra sferrata contro l’Iran sta intaccando significativamente le scorte statunitensi di munizioni critiche.
Secondo i calcoli del Csis, gli Stati Uniti hanno consumato almeno il 45% del loro arsenale di missili a guida di precisione; il 50% delle riserve di intercettori per sistemi Thaad e Patriot; il 30% delle scorte di missili da crociera Tomahawk; il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6 per il sistema Aegis.
Sul tema è tornato anche il New York Times calcolando, sulla base di confidenze rese da alcune fonti interne al Congresso e al Pentagono, che gli Stati Uniti hanno consumato dall’inizio della guerra circa 1.100 missili da crociera a lungo raggio Jassm, pari al 50% circa delle scorte; oltre 1.000 missili da crociera Tomahawk, che hanno richiesto circa un decennio per essere ammassati nelle riserve; più di 1.200 intercettori Patriot e 1.000 missili di precisione terra-aria Atacms, lasciando le scorte a livelli molto bassi.
La guerra con l’Iran ha in altri termini prosciugato in modo significativo gran parte delle scorte globali di munizioni delle forze armate statunitensi e stornato a beneficio del CentCom (il distaccamento che gestisce il conflitto in Medio Oriente) bombe, missili e altro materiale bellico prelevato dall’EuCom e dall’IndoPaCom.
Svariati membri del Congresso e funzionari dell’amministrazione Trump hanno rivelato al quotidiano newyorkese che la riduzione delle scorte ha intaccato significativamente la capacità dei comandi regionali statunitensi di affrontare potenziali avversari come Russia e Cina. Di qui la necessità di promuovere un rapido e consistente incremento della produzione bellica.
Obiettivo assai difficile da conseguire, alla luce dell’avanzato stato di deterioramento della base industriale statunitense, della scarsissima attitudine delle aziende coinvolte a impegnarsi a fondo in assenza di solide garanzie statali e della disarticolazione delle catene di approvvigionamento imputabile a shock come la crisi pandemica, la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump e il blocco dello Stretto di Hormuz.
Già il 19 marzo, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger aveva lanciato l’allarme evidenziando che le scorte globali erano “vuote o semivuote” e che, se la guerra fosse continuata per un altro mese, “non avremmo praticamente più missili a disposizione”.
La ricostituzione delle scorte richiederà non meno di sei anni e centinaia di miliardi di dollari di investimenti, e sta già comportando forti ritardi nelle consegne di sistemi d’arma a Paesi alleati come Giappone, Polonia e Svizzera.
Un altro fattore critico è indubbiamente costituito dall’eccessiva dipendenza del Pentagono da sistemi d’arma e munizioni estremamente costosi, il cui impiego intensivo nel corso della guerra ha imposto al Pentagono costi che secondo le fonti sentite dal New York Times ammonterebbero a una cifra compresa tra i 28 e i 35 miliardi di dollari. Non a caso, il Dipartimento della Guerra ha richiesto al Congresso stanziamenti complessivi per 1,5 trilioni di dollari per l’anno fiscale 2027, che se approvati configurerebbero il più imponente aumento annuo della spesa militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
L'articolo Così la guerra all’Iran ha intaccato pericolosamente le scorte militari Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.




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