ARTICLE AD BOX
“Domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?”. La domanda arriva dall’arcivescovo di Torino Roberto Repole che alla vigilia del Primo Maggio ha indirizzato una lettera aperta alle istituzioni, ai sindacati e ai cittadini torinesi aprendo un dibattito sull’industria bellica nell’ormai ex capitale dell’auto italiana. Monsignor Repole si dice turbato dal pensiero delle guerre che “seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione”. Un settore, quello della difesa, che spesso viene citato dalle istituzioni locali e regionali come fiore all’occhiello dell’economia piemontese. Due miliardi di euro, secondo le stime del 2024. “Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro?” si chiede l’arcivescovo ponendo un tema a tutta la città. Una domanda che non è astratta ma che è ben consapevole del contesto di crisi che sta vivendo il distretto industriale torinese.
“Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena – riflette l’arcivescovo – però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi”. Non usa perifrasi Repole, anzi. “So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare – prosegue Repole – credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”. E poi cita le parole di papa Leone XIV “non basta parlare di pace, occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”. Ma la riflessione del vescovo di Torino non si limita alla sfera torinese, ma anche a quella italiana e mondiale: “La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia”. Per Repole serve una pausa di riflessione per ragionare tutti insieme “istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie” domandandosi “quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità”. La Chiesa locale si dice pronta a “offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento” su questo tema. E a 24 ore dalla pubblicazione della lettera è arrivata la risposta del sindaco di Torino Stefano Lorusso: “Le parole del cardinale Repole intervengono su un tema reale, che non possiamo liquidare con slogan: la trasformazione del nostro tessuto industriale” dice il primo cittadino che sottolinea che “la difesa è un settore che oggi, anche tenendo conto del contesto internazionale, sta assumendo un peso crescente. Allo stesso tempo non possiamo né dobbiamo considerarlo l’unico orizzonte possibile né rinunciare a una visione industriale più ampia, che tenga insieme innovazione, sostenibilità e diversificazione produttiva. Come istituzioni, abbiamo il dovere di governare questi processi, non di subirli”.
L'articolo Primo maggio, l’appello del vescovo di Torino: “Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? Basta alla produzione degli strumenti di morte” proviene da Il Fatto Quotidiano.




English (US) ·