Cia e cyber intelligence, così Langley rafforza le capacità offensive contro le minacce digitali

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La Cia cambia assetto per adattarsi a una realtà in cui i confini da sorvegliare non coincidono più soltanto con quelli segnati sulle carte geografiche. Passano dalle reti, dai cavi, dai data center, dalle piattaforme private e dai modelli di intelligenza artificiale. È su questa premessa che John Ratcliffe ha annunciato una riorganizzazione delle strutture tecnologiche dell’agenzia, con un’accelerazione particolare del cyber offensivo e dell’adozione di strumenti commerciali.

A riferirne è il New York Times, secondo cui il direttore della Central Intelligence Agency ha presentato il nuovo impianto intervenendo all’Aws Summit di Washington. La Cia dovrà assumere “rischi intelligenti”, sperimentare e accorciare il tempo che separa l’innovazione disponibile sul mercato dal suo impiego nell’intelligence. Ma senza affidare alle macchine l’ultima parola. L’intelligenza artificiale, nelle parole di Ratcliffe, può cambiare la natura della competizione; il giudizio operativo e politico, invece, resta prerogativa umana.

Al centro della riorganizzazione sarà la vecchia Directorate of Digital Innovation, creata nel 2015 per integrare capacità digitali, dati, cyber collection e sicurezza informatica, ora trasformata nella Directorate of Mission Systems, con un mandato più definito: cybersecurity difensiva, infrastrutture dati e servizi tecnologici per le missioni dell’agenzia. In altre parole, lo scudo.

La spada viene invece affidata al Center for Cyber Intelligence, elevato a mission center. Si tratta di un salto non solo nominale. I mission center della Cia riuniscono competenze operative, analitiche, tecniche e di supporto intorno a una priorità strategica; la promozione del centro cyber ne rafforza il peso interno, l’accesso alle risorse e il canale diretto verso la direzione dell’agenzia. Già in aprile, Recorded Future News aveva segnalato che l’elevazione della struttura era stata decisa nell’autunno precedente, proprio per accrescere la capacità di raccolta, analisi e contrasto delle minacce digitali provenienti dall’estero.

La distinzione tra le due funzioni aiuta a comprendere la direzione strategica. Da una parte, proteggere reti, dati e sistemi sui quali poggia la macchina dell’intelligence americana. Dall’altra, sviluppare accessi alle reti avversarie, raccogliere informazioni, localizzare obiettivi e, quando autorizzato, condurre operazioni capaci di produrre effetti nel dominio digitale, mettendo l’agenzia in condizione di contribuire con il proprio mestiere: l’intelligence clandestina, la conoscenza degli attori, le fonti umane e la capacità di trasformare dati dispersi in un vantaggio operativo.

Un percorso già avviato

Nel 2021 l’allora direttore William Burns istituì il China Mission Center, riconoscendo in Pechino la principale sfida geopolitica di lungo periodo per gli Stati Uniti. Ratcliffe conserva quella diagnosi, ma sposta l’accento sulla dimensione tecnologica della competizione. Non basta più avere un centro dedicato a un Paese o a una regione: occorre che ogni componente dell’agenzia sia in grado di operare in un ambiente nel quale raccolta, analisi, cyber e intelligenza artificiale tendono a fondersi.

La Cia ha annunciato in febbraio un nuovo quadro per accelerare l’acquisizione di tecnologie dal settore privato. L’obiettivo, ha spiegato Ratcliffe, è passare da procedure che potevano richiedere tre anni a un ciclo di circa sei mesi. Nei primi sei mesi del nuovo sistema sarebbero state completate quasi quattrocento acquisizioni. È stato inoltre creato un Office of Corporate Partnerships, pensato come punto di accesso unico per le aziende interessate a lavorare con l’agenzia.

La sede scelta per l’annuncio è in Amazon Web Services, che è uno dei principali fornitori di infrastrutture cloud classificate per la comunità d’intelligence americana. Alla conferenza, la società ha annunciato nuovi investimenti per facilitare lo sviluppo di applicazioni destinate all’ambiente classificato e per accompagnare il trasferimento di sistemi più datati verso piattaforme cloud ad alta velocità.

È anche il segno della trasformazione in corso dell’amministrazione americana. L’ordine esecutivo firmato dalla Casa Bianca il 2 giugno chiede di rafforzare la difesa cyber dei sistemi nazionali, estendere gli strumenti di sicurezza basati sull’intelligenza artificiale e costruire un canale di collaborazione con gli sviluppatori dei modelli più avanzati. L’idea di fondo è che l’IA sia insieme una fonte di vantaggio e un moltiplicatore di vulnerabilità: aiuta a individuare falle, correlare dati, automatizzare attività complesse; può però fare altrettanto nelle mani di un avversario.

Ratcliffe ha usato un paragone impegnativo, definendo le capacità dei modelli di frontiera assimilabili, per impatto strategico, a “armi nucleari digitali”. Washington considera ormai l’intelligenza artificiale una componente della deterrenza, della superiorità informativa e della resilienza nazionale. Per questo Langley vuole ufficiali capaci di maneggiare codice con la stessa dimestichezza con cui gestiscono fonti e assetti umani.

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