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Caro Matteo, abbiamo un problema.
La citazione è inevitabile. Richiama Apollo 13, ma soprattutto richiama quel momento in cui bisogna avere il coraggio di fermarsi e riconoscere che qualcosa non sta funzionando.
E oggi qualcosa non sta funzionando. Scrivo queste righe con dispiacere, perché non appartengo alla schiera di quelli che hanno sempre criticato Matteo Renzi. Al contrario. Continuo a pensare che Matteo sia uno dei politici più intelligenti, preparati e capaci della sua generazione. Per alcuni aspetti, probabilmente il migliore oggi presente sulla scena politica italiana. Ed è proprio per questo che la situazione attuale fa ancora più male ma credo che un vero amico deve avere il coraggio di fermarsi e dirlo. In politica gli yes man non sono mai serviti realmente.
Perché il problema non è il valore del leader. Il problema è la strategia politica che è stata costruita attorno a lui.
La prima causa è la perdita di identità.
Italia Viva era nata per rappresentare una casa politica riformista, liberale, garantista, europeista e atlantista. Era nata per parlare a quell’Italia moderata che non si riconosceva né nella destra sovranista né nel populismo grillino. Era nata per essere alternativa tanto alla destra quanto ai Cinque Stelle. Oggi, invece, sembra che tutta la strategia sia finalizzata a ottenere l’accettazione di Giuseppe Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Ma il problema è che, per inseguire questa accettazione, abbiamo progressivamente rinnegato molte delle battaglie che ci avevano reso riconoscibili. Abbiamo smesso di essere protagonisti sul garantismo. Abbiamo lasciato sbiadire la battaglia sulla giustizia. Abbiamo praticamente archiviato il referendum sulla giustizia, che avrebbe dovuto rappresentare una delle nostre principali bandiere. Abbiamo abbassato il profilo sul sostegno all’Ucraina proprio mentre sarebbe necessario ribadire con forza che esiste un aggressore, la Russia, ed esiste un popolo aggredito che ha il diritto di difendere la propria libertà. Abbiamo progressivamente accantonato temi che ci distinguevano dagli altri. E quando un partito rinuncia alle proprie battaglie, inevitabilmente rinuncia anche alla propria identità.
Oggi questa chiarezza manca.
E non c’è perché negli anni si sono accumulate troppe contraddizioni.
Siamo nati per contrastare il populismo grillino e oggi inseguiamo un’alleanza con i grillini.
Siamo nati per difendere il garantismo e oggi sembriamo timorosi nel rivendicarlo.
Siamo nati per rappresentare il centro e oggi accettiamo di essere considerati una componente marginale di una coalizione costruita attorno ad altri.
Siamo nati per essere una forza autonoma e oggi sembriamo vivere in funzione delle decisioni altrui. Le immagini degli ultimi giorni sono state emblematiche.
C’è poi un’ultima questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Negli ultimi anni gran parte delle scelte strategiche di Italia Viva sembrano essere state giustificate da due grandi paure: evitare che Giorgia Meloni resti a Palazzo Chigi ed evitare che il centrodestra possa eleggere un Presidente della Repubblica espressione della propria maggioranza. Ma davvero può bastare questo per rinunciare alla propria identità politica? Davvero possiamo accantonare le nostre idee, le nostre battaglie e la nostra storia soltanto perché dall’altra parte c’è il rischio che Meloni resti Presidente del Consiglio o che il centrodestra possa indicare il futuro Capo dello Stato?
La politica non può vivere esclusivamente contro qualcuno.
Non può esistere soltanto come argine.
Non può ridursi alla logica del “turarsi il naso”.
Perché se l’unica ragione per stare insieme è impedire una vittoria degli avversari, allora significa che manca una vera visione comune.
E qui emerge una contraddizione enorme.
Matteo Renzi si assunse una responsabilità politica enorme facendo cadere il governo Conte II per consentire la nascita del governo Draghi. Una scelta che venne criticata da molti ma che oggi quasi tutti riconoscono come decisiva per garantire all’Italia una guida autorevole in uno dei momenti più difficili della sua storia recente. Se allora Giuseppe Conte rappresentava un problema al punto da rendere necessario sostituirlo con Mario Draghi, perché oggi dovrebbe diventare la soluzione? Se abbiamo sostenuto che Draghi fosse infinitamente più adeguato di Conte a guidare il Paese, come possiamo oggi comportarci come se nulla fosse accaduto? Perché il rischio è che, nel tentativo di evitare Meloni, si finisca per accettare un ritorno a formule di governo che noi stessi avevamo giudicato inadeguate. E francamente è difficile sostenere che la prospettiva di un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte rappresenti automaticamente un miglioramento rispetto all’attuale situazione.
La memoria politica dovrebbe contare. Perché un conto è costruire un’alternativa credibile. Un altro è rinunciare a sé stessi per paura dell’avversario. L’elettorato di centro lo percepisce. E infatti oggi appare completamente disorientato.
Una sinistra che spesso guarda con sospetto all’impresa. Che tende a privilegiare approcci ideologici rispetto a quelli pragmatici. Che su alcune questioni internazionali continua a esprimere posizioni ambigue sull’atlantismo e sul ruolo dell’Occidente. Che in alcuni settori manifesta una comprensione verso le ragioni della Russia che molti elettori moderati non condividono. Quel grande spazio politico composto da professionisti, imprenditori, lavoratori, amministratori locali, europeisti e riformisti continua a esistere. Ma non trova più una rappresentanza chiara. Non si può essere il centro e vivere chiedendo ospitalità alla sinistra.
Ecco perché, caro Matteo, abbiamo un problema.
Perché il rischio non è perdere una trattativa elettorale. Il rischio è perdere definitivamente la ragione stessa per cui Italia Viva è nata. Il centro non può vivere di concessioni della sinistra. Non può mendicare spazio in una coalizione che non lo considera essenziale. Non può rinunciare alla propria identità per qualche seggio. O torna a essere una proposta autonoma, orgogliosa, liberale, riformista, garantista, europeista e atlantista, oppure è destinato a essere assorbito e marginalizzato.
Senza identità non c’è consenso.
Senza riconoscibilità non c’è empatia.
Senza coraggio politico non c’è futuro.
Ora è il momento di decidere e magari, viste le ultime evoluzioni, cambiare rotta. Prima che sia troppo tardi.
L'articolo Caro Matteo, abbiamo un problema proviene da Il Fatto Quotidiano.




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