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Non è la prima volta che la Cina volta le spalle alla Russia. Solo che stavolta è diverso, in ballo c’è la sopravvivenza stessa dell’ex Urss. Nei giorni scorsi questo giornale ha raccontato la grave e a tratti grottesca crisi energetica russa. Poco petrolio, zero carburante. E intere regioni rimaste senza un gallone di carburante. Eppure, Mosca è ancora oggi il terzo produttore al mondo di greggio, eppure qualcosa si è rotto. Il grosso del problema sta nelle infrastrutture, per oltre un terzo messe fuori uso dall’artiglieria ucraina. Questo vuol dire che il Cremlino, almeno sul fianco Ovest non può raffinare. Di conseguenza, non può nemmeno estrarre e produrre, perché se poi si crea un eccesso di petrolio senza che possa essere lavorato, il prezzo crolla.
Certo, quel poco che ancora non viene raffinato, potrebbe essere venduto ai Paesi amici, specialmente chi di greggio ne ha bisogno perché ne ha poco. La Cina per esempio. Peccato che a Pechino tappeti rossi e strette di mano valgano solo per i fotografi. Poi, a luci spente, la musica cambia. Le industrie del Dragone stanno intensificando gli acquisti di petrolio dai produttori mediorientali, in particolare dai Paesi del Golfo. Praticamente la diretta concorrenza della Russia. Motivo? I forti sconti offerti dall’Arabia Saudita. La Cina ha acquistato almeno 26 milioni di barili di petrolio con consegna prevista a luglio o agosto, tramite gare d’appalto e acquisti una tantum da società commerciali, provenienti da Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq.
Si tratta di una quantità ben superiore alla norma per questo tipo di acquisti. Prima della guerra, Pechino acquistava in genere circa 5,5 milioni di barili al giorno dal Medio Oriente, principalmente attraverso processi formali gestiti da produttori del Golfo come Saudi Aramco. La quale ha offerto forti sconti su tutte le sue tipologie di petrolio in risposta all’apertura parziale dello Stretto di Hormuz alla navigazione mercantile. Insomma, l’oro nero del Golfo costa meno e questo a Pechino basta. E la Russia?
Niente. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha spiegato pochi giorni fa che Mosca sta trattando con vari Paesi, che non ha voluto citare, per importare carburante. Sì, importare. È una cosa grossa. Il fatto che Mosca cerchi di comprare carburante dall’estero, e lo dica pubblicamente, è un segnale di quanto stanno facendo male gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe, e che le loro conseguenze sono ormai impossibili da ignorare per il regime. Non è finita. Anche lo stesso Vladimir Putin aveva espresso, giorni fa, parole dal vago sapore di resa. Certo, se la Cina desse una mano. Ma no, non è così.

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